Proprio la scorsa settimana la commissaria UE alla giustizia Jourova ha inviato una lettera a Facebook chiedendo chiarimenti sulla vicenda dei dati rubati di milioni di utenti per favorire l’elezione di Donald Trump alle scorse elezioni americane. E la risposta della piattaforma di Mark Zuckerberg, arrivata qualche giorno fa, non è per nulla rassicurante : sembra infatti che nella vicenda siano coinvolti anche 2,7 milioni di utenti europei, e tra questi più di 200.000 solo nel nostro Paese.

Il caso scoppia alcune settimane fa sulle prime pagine di Guardian e New York Times che riportano le rivelazioni di Christopher Wylie, un ex dipendente di Cambridge Analytica, la società britannica specializzata in analisi dei dati e in consulenza politica. Secondo le parole di quest’uomo, l’azienda avrebbe utilizzato i profili social di circa 87 (e non 50 come affermato inizialmente) milioni di persone per fini politici: tutti i dati inseriti dagli utenti venivano raccolti ed elaborati da algoritmi. Una volta delineati i profili psicologici di tutti questi individui, influenzarli non era difficile: venivano infatti indirizzate ad ogni singolo utente delle pubblicità altamente personalizzate, concernenti di tutto, anche la politica. Questo meccanismo viene definito dalla stessa Cambridge Analytica come “microtargeting comportamentale”.

Ed è proprio questo quello che sembra essere successo durante le elezioni americane del 2016. In quel periodo infatti, sostenitore e donatore della campagna elettorale di Donald Trump era Robert Mercer, il miliardario statunitense tra i fondatori della Cambridge Analytica alla quale, in quei mesi, ha donato ben 15 milioni di dollari. Inoltre, nel consiglio di amministrazione della società era presente un certo Steve Bannon, il quale era il coordinatore della campagna di Trump e successivamente è diventato stratega della Casa Bianca.

Questo però non è il primo scandalo a cui è soggetta l’azienda : lo scorso anno fu accusata sempre dal Guardian di aver utilizzato questo metodo di influenza anche per spingere gli elettori britannici a votare a favore della Brexit , mettendo in luce dei movimenti di denaro tra la società e il comitato per il “ Leave ”. Ancora, sembra essere sempre la stessa Cambridge Analytica la responsabile della diffusione delle famose email di Hillary Clinton.

In merito al coinvolgimento degli utenti europei la Commissione Europea è intervenuta: un portavoce dell’esecutivo ha affermato che “ si indagherà sul caso dei dati personali condivisi da Facebook, che la Commissione considera inaccettabile ”.

Questo fatto scoppia proprio a ridosso del 25 maggio, data che vedrà in Ue l’entrata in vigore del nuovo regolamento generale sulla protezione dei dati di 500 milioni di cittadini europei. Queste norme prevedono che il Garante della privacy e tutti gli interessati vengano messi immediatamente al corrente dell’utilizzo dei dati nel caso in cui questo leda i diritti dei cittadini stessi, e stabiliscono delle pesanti sanzioni in caso di violazione. Probabilmente se questo sistema di maggiore protezione della privacy fosse stato introdotto prima, l’utilizzo scorretto dei nostri dati sarebbe stato fermato in tempo.

Certamente siamo ancora lontani dal conoscere tutti i dettagli su questa storia, ma ciò che ormai ci deve essere chiaro non è solo che dobbiamo fare molta più attenzione a ciò che scegliamo di condividere sulle piattaforme digitali, ma anche che la politica e la sua comunicazione hanno subito un radicale cambiamento. L’arma vincente oggi è l’immagine, è l’apparenza e l’impatto emotivo che questa determina.  Le parole dello stesso Christopher Wylie, che ha scatenato questo dibattito, rendono perfettamente l’idea di ciò che sta accadendo: “Invece di fare un comizio in piazza e far riunire tutti i cittadini per discutere, si sussurra all’orecchio di ogni singolo elettore”, fino a quando questo se ne accorge, ma a quel punto il gioco ormai è fatto.