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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Cultura

Il liberalismo ha fallito. All’Europa serve un nuovo inizio

Il politologo Jan Zielonka sostiene che il liberalismo è stato finora nelle mani di una élite supponente, che si riteneva illuminata e in grado di guidare le masse popolari. Ha fallito e ha smesso di adempiere alle sue fondamentali funzioni di rappresentanza e mediazione. Ora bisogna pensare ad un nuovo inizio per la democrazia e per l’Europa

Sulla crisi dell’Europa esiste una pubblicistica sterminata ed è diventato perfino difficile orientarsi. Politologi, economisti, sociologi l’hanno di volta in volta attribuita all’egoismo degli Stati, al deficit di democrazia, alla moneta unica. Un libro recente approfondisce l’analisi e la inquadra nel declino del liberalismo, il suo principale fondamento dottrinario. La tesi non è nuova, ma questa volta viene sviluppata guardando ai fatti di cronaca che ci incalzano da vicino. A farlo è Jan Zielonka politologo del St Antony’s College di Oxford, con un saggio che riprende suoi precedenti scritti (Contro-Rivoluzione –La disfatta dell’Europa liberale, Laterza 2018).

E’ una lettera di 160 pagine a Ralf Dahrendorf, celebre sociologo della seconda metà del secolo scorso, liberale e suo predecessore nella prestigiosa cattedra inglese, che aveva pubblicato Reflections on the Revolution in Europe all’indomani della caduta del muro di Berlino. In quest’opera, Dahrendorf aveva anch’egli adottato la forma epistolare per confidare ad immaginario amico polacco la sua interpretazione dei clamorosi eventi appena accaduti ai confini orientali dell’Europa. Aveva allora scritto che l’implosione del regime sovietico sommata all’affermazione di Solidarnosc in Polonia aveva innescato una catena di cambiamenti così profondi da poter essere considerata una rivoluzione. Gli eventi successivi gli hanno dato ragione. La Germania si è riunificata, l’Unione europea e la Nato allargate, costumi e stili di vita occidentali si sono estesi verso est. In economia è sparita la collettivizzazione, spianando la strada alla privatizzazione di rilevanti funzioni pubbliche nelle infrastrutture, nella sanità, nell’istruzione, nella protezione sociale.

Caro Ralf, scrive Zielonka, sei stato spettatore di un ciclo nel quale il liberalismo si è affermato come unico giocatore in campo. Ma ora questo ciclo si è concluso e se n’è aperto un altro di segno molto diverso: una vera e propria contro-rivoluzione. Nelle strade europee non ci sono barricate né ghigliottine, non ci sono violenze né scioperi di massa e nemmeno si sta affermando una ideologia contraria alla precedente. Eppure il cambiamento è forte, gli elettori si sono rivoltati e hanno abbandonato la causa liberale.

Com’è potuto succedere? Cos’è che è andato storto? Possiamo capirlo con alcuni esempi. La Germania occidentale ha investito enormi somme di denaro in quella orientale, ma i cittadini di questa continuano a sentirsi di serie B, a dimostrazione del fatto che un processo di inclusione non è solo una questione di soldi. La Polonia è cresciuta più di tutti gli altri Paesi, ma nel 2015 la maggioranza della popolazione ha dato il suo voto ad un partito contro rivoluzionario, non sopportando che quello al potere desse tutta questa importanza al Pil e alle agenzie di rating. In Ungheria si è radicata la corruzione, che ha reso deboli le istituzioni e spianato la strada ad un leader come Orbàn. Il caso più emblematico è la Grecia. Le politiche economiche imposte dai partner europei l’hanno sfiancata e dopo tre successivi salvataggi non c’è alcuna speranza che possa  rimborsare i suoi debiti. I suoi cittadini sanno di essere stati messi sotto tutela e si sentono frustrati.

Al di là dei singoli casi nazionali, pesa ancora la crisi finanziaria del 2008. Ha fatto capire la differenza tra democrazia e potere, tra i modesti poteri a disposizione degli eletti e quelli soverchianti della grande finanza, tra chi prende decisioni e chi le subisce. Per un po’ le popolazioni hanno pazientato, ma ad un certo momento hanno cominciato ad abbandonare i partiti tradizionali e si sono affidate a uomini alternativi, che promettevano un cambiamento non solo di politiche ma anche di sistema. Ecco quindi emergere le Marine Le Pen, i Beppe Grillo, i Farage, i Kaczynski ed altri ancora. Sono i leader che stanno attaccando il progetto di integrazione europea ed i principi stessi della democrazia liberale, del libero commercio, della società aperta. Nello stesso tempo stanno sfruttando le debolezze dell’assetto istituzionale dell’Unione, a metà strada tra confederazione e federazione, lontano dai cittadini, paralizzato dal sistema di votazione del Consiglio, opaco nel sistema di rappresentanza del Parlamento.

Di fronte a questo disastro annunciato, i politici liberali continuano imperterriti a comportarsi come se niente fosse. A considerarsi cioè vittime di una cieca aggressione populista, a simulare improbabili riforme, a speculare su piccole rendite, a salvare il salvabile. A non capire che l’integrazione non può procedere se non si rivedono i fondamenti del suo sistema di pensiero. Il liberalismo deve trovare un nuovo inizio, riconsiderare la sua visione del capitalismo, denunciare quello predatorio, fermare le politiche di deregolamentazione e privatizzazione. Nessuno deve sentirsi libero di sfruttare i lavoratori, danneggiare l’ambiente, appropriarsi di beni comuni, mentre va sostenuta con coraggio l’idea di un salario minimo universale a difesa delle classi meno abbienti o disagiate. Serve una forma di diplomazia che sappia armonizzare le esigenze di datori e prestatori di lavoro, produttori e consumatori, banchieri e risparmiatori.

Bisogna poi avere il coraggio di mettere in discussione la democrazia come l’abbiamo finora intesa, cioè come una delega di potere fra elettori ed eletti. Internet ha stravolto questa impostazione e basta frequentare i social per rendersi conto che i cittadini discutono continuamente di politica, criticano i Governi, si confrontano fra di loro. Magari non sarà un metodo illuminato e nemmeno privo di rischi, ma intanto avviene. Occorre far qualcosa per rendere le reti meno irresponsabili, orientarle ad una maggior riflessione, valorizzare insomma le nuove tecnologie come moderni sistemi di governance.

Il nuovo corso può cominciare da qui. Dall’avvicinare i cittadini con umiltà, senza vendere ricette miracolose ed atteggiarsi a spocchiosi indovini del futuro

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