Settantacinque anni fa si iniziava a scrivere quello che sarebbe rimasto una pietra miliare nella letteratura federalista. Gli autori furono due uomini che il regime fascista aveva messo al confino a Ventotene: Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che però si avvalsero della preziosa collaborazione per la stampa e la diffusione del testo dei coniugi Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann. Il risultato fu un libricino di una ventina di pagine – come qualsiasi manifesto politico – che però conteneva uno fra i progetti più grandi mai pensati in Europa: passare dallo spararsi a vicenda a cantare l’Inno alla Gioia tutti sotto la stessa bandiera, con un stato organizzato federalmente.

Il Manifesto, il cui vero nome è Per un’Europa libera e unita, è diviso in tre capitoli. Il primo, intitolato La crisi della civiltà moderna, mette in luce come non si possa più parlare di società moderna dopo la Seconda Guerra Mondiale, perché la nazione è diventata “un’entità divina” invece che “lo storico prodotto della convivenza fra gli uomini”; perché il popolo, nei regimi totalitari, è stato privato di ogni possibilità di “correzione dello stato di cose vigente”; ed infine perché era scomparso lo spirito critico dei cittadini, sommerso dalla propaganda dei regimi e corrotto dall’ideale soprannaturale di nazione. Il capitolo si conclude con un’accorata richiesta a “tutte le forze progressiste”: che raccolgano il coraggio per ritrovare i valori che i totalitarismi avevano tolto loro, e per compiere il salto dalla nazione alla pluralità di stati raccolti da un’unica entità. “A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.”

Il secondo capitolo, dal titolo Compiti del dopoguerra – L’unità europea, è un lungo attacco contro le forze reazionarie, che, secondo Spinelli, “cercheranno di far leva […] sulla restaurazione dello stato nazionale”. Direi che ci aveva visto giusto, e che il suo avvertimento non è servito a nulla. Il problema principale di quel periodo era come evitare una nuova guerra fra popoli, e Spinelli sapeva bene che l’unico modo per poter stare tranquilli era arrivare alla “definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani”. Tuttavia, il romano credeva che i tempi fossero propizi per questa evoluzione: perché i popoli avevano sperimentato sulla propria pelle la guerra, perché i ceti reazionari erano particolarmente deboli, e perché c’era bisogno di ricostruire l’Europa quasi da zero dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il risultato è stato un misto fra i desideri dei reazionari e dei progressisti: l’Europa è “libera e unita”, ma è ancora organizzata in stati sovrani.

Il terzo ed ultimo capitolo, l’unico scritto in parte da Rossi e dal titolo Compiti del dopoguerra – La riforma della società, contiene alcune proposte interessanti. Gli autori chiedono un maggiore controllo dei settori economici che hanno la tendenza a diventare monopoli, o che dipendono strettamente dallo Stato, perché hanno i maggiori interessi a restaurare gli stati nazionali. Chiedono anche che vengano abbattute le diseguaglianze sociali ed economiche, fonte di tensione e di immobilismo fra classi, grazie ad un’ampia istruzione pubblica. Chiedono, infine, che venga dato a tutti un minimo di vitto, alloggio e vestiario, “col minimo di conforto necessario per conservare il senso della dignità umana.” Questo nuovo ordine, che dovrebbe essere incentrato sulla libertà e la solidarietà sociale, godrebbe di grande consenso fra il popolo e potrebbe essere la base di un nuovo ordinamento federale. Gli autori volevano una rivoluzione liberale che partisse da una società non servile, ma emancipata e stanca di obbedire.

In effetti questa rivoluzione c’è stata, ma ancora una volta il risultato finale è un compromesso fra le richieste dei reazionari e dei progressisti. Oggi viviamo in una sorta di sterile confederazione fra le vecchie nazioni europee, che non è sufficiente per garantire la prosperità dei popoli e la pace duratura. Tutti noi sappiamo che, purtroppo, i desideri di Spinelli e Rossi non sono ancora stati esauditi. Si sta procedendo sonnacchiosamente verso una maggiore integrazione fra stati, mentre hanno riguadagnato forza quei movimenti che riportano all’odio fra popoli che caratterizzava il periodo prebellico. Anche in questo caso, sembra che il Manifesto di Ventotene abbia ragione: se non si accantonano gli stati nazione e non si sconfiggono le forze reazionarie, la minaccia della disgregazione e dell’insicurezza sarà sempre dietro l’angolo. E tutti noi ci auguriamo di non aver bisogno di un secondo Manifesto fra trenta, quaranta, cinquant’anni.