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Politica interna

Il marzo infuocato di Theresa May

Il mese di marzo è stato così pieno di colpi di scena per il Regno Unito che ormai, dobbiamo ammetterlo, la questione Brexit ci sta appassionando quasi come una serie di Netflix. Ma mettiamo un po’ di ordine in questo caos.

A metà gennaio era stato votato in Parlamento per la prima volta il Deal, quindi l’accordo di uscita dall’Ue: la votazione era stata un fallimento totale per Theresa May, tant’è che alcuni membri del suo stesso partito conservatore avevano votato contro l’accordo.

Così, all’inizio del mese di marzo, il Primo Ministro inglese ha negoziato una seconda volta con il Presidente della Commissione europea Juncker per apportare alcune modifiche al Deal. A questo punto, gli scenari ipotizzabili erano tre: l’approvazione dell’accordo, o in caso contrario la votazione per il No Deal, e se nemmeno quest’ultima fosse andata a buon fine si sarebbe votato per rinviare la Brexit. Theresa viene sconfitta anche questa volta, infatti il suo Deal viene promosso da 242 parlamentari ma bocciato da 391. Il giorno successivo si aprono così le votazioni per il No Deal, cioè l’uscita dall’Ue senza alcun tipo di accordo. Per fortuna il voto è negativo: in molti hanno descritto un’uscita dall’unione di questo tipo come uno scenario apocalittico, distruttivo per il Regno Unito dal punto di vista commerciale, economico, che avrebbe portato grossi problemi anche agli stessi Paesi europei. L’unica alternativa possibile rimaneva dunque il rinvio della Brexit oltre la data del 29 marzo, e così è stato. La May ci tiene subito a precisare però che rinviare l’uscita dall’unione non significa risolvere il problema, ma semplicemente posticiparlo. Decide così di mettere il Parlamento di fronte ad una scelta, chiedendo un nuovo voto sul suo accordo: se la Camera voterà a favore del Deal approvandolo come testo di base, il governo chiederà all’Ue un rinvio breve per concludere le trattative; altrimenti, nel caso di un ulteriore bocciatura, verrà chiesto un rinvio più lungo che porterebbe inevitabilmente il Regno Unito a partecipare alle elezioni europee di maggio.

La May pensava così di aver messo alle strette la Camera, ma si sbagliava: Mr Speaker, cioè il Presidente della Camera dei Comuni, ha infatti rigettato la richiesta di un’ulteriore votazione del Deal in quanto, fa notare, non si può ripresentare il medesimo accordo per la terza volta senza che questo abbia subito delle modifiche sostanziali. Questa decisione ha lasciato tutti a bocca aperta, nessuno se l’aspettava: in molti infatti hanno accusato Mr Speaker di voler sabotare la Brexit, in quanto lui è un forte sostenitore della permanenza del Regno Unito nell’unione.

A questo punto il premier britannico è costretto ad inviare una lettera a Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, in cui chiede una proroga del termine previsto dall’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea fino al 30 giugno. Il giorno seguente i 27 Paesi membri dell’unione si incontrano per trovare un’intesa e dopo svariate ore il Consiglio europeo comunica di aver preso una decisione: se la Camera dei Comuni approverà il Deal, il termine verrà prorogato fino al 22 maggio per concludere le pratiche di uscita dall’Ue. Se invece l’accordo sarà bocciato un’altra volta, il Regno Unito avrà tempo fino al 12 aprile per comunicare le sue intenzioni (quindi un secondo referendum, oppure elezioni).

Il popolo britannico però non se ne è stato fermo sul divano ad assistere a questa telenovela: lo scorso sabato infatti a Londra più di un milione di persone si è riunito per chiedere un secondo referendum, e tra loro era presente anche il sindaco della città. Inoltre pensate che nel Regno Unito esiste addirittura un sito web ufficiale del Parlamento in cui vengono raccolte le petizioni dei cittadini: se le firme arrivano a 10.000, la petizione riceve una risposta dall’esecutivo, mentre se raggiungono quota 100.000 vengono considerate per una discussione parlamentare. E oggi le firme raccolte per la revoca dell’articolo 50 TUE e la permanenza nell’Unione sono più di 5,5 milioni.

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