La notizia ha toccato qualsiasi canale mediatico. In breve tempo si è diffusa ovunque, suscitando l’attenzione e la partecipazione di un vasto pubblico internazionale: per giorni, con il fiato sospeso, il mondo ha seguito la drammatica vicenda. Poi, quando il lieto fine è giunto, ha emesso un sospiro. Un lungo e confortante sospiro nel quale ha condensato qualcosa che forse procedeva oltre il mero sollievo legato al fatto di cronaca narrato da intere schiere di giornalisti. Prima di sviscerare alcune riflessioni, però, è necessario trarre dalle tenebre ciò che nelle righe precedenti è stato semplicemente suggerito.

23 giugno, Thailandia, provincia di Chang Rai. Una piccola squadra di calcio composta da ragazzini dall’età compresa tra i dodici e i sedici anni si avventura nell’intricato complesso di grotte di Tham Luang. Con loro, l’allenatore venticinquenne. Le piogge monsoniche sferzano improvvisamente l’area e causano pesanti inondazioni. Il gruppo si ritrova bruscamente intrappolato in una grotta con una sola torcia a disposizione. Senza cibo e acqua, con una riserva di ossigeno limitata. Le motivazioni che quel giorno hanno spinto i ragazzini e l’allenatore a compiere un atto tanto rischioso non sono ancora state chiarite, benché alcuni – come il sommozzatore belga Ben Reymenants, il quale gestisce una scuola di immersioni a Phuket – abbiano ipotizzato un banale e innocente rito di iniziazione: scrivere il proprio nome sulla parete di una grotta situata in fondo al tunnel. Per riuscire a estrarre la squadra dal complesso di Tham Luang è stata necessaria una ciclopica operazione di soccorso, la quale ha richiesto enormi macchinari tramite i quali drenare l’acqua e ha coinvolto, oltre alle autorità, i Navy Seals thailandesi, esperti inglesi e statunitensi, e persino il miliardario Elon Musk – recentemente precipitato in una triste polemica relativa proprio alla vicenda. Il sommozzatore Saman Kunan, trentasettenne, è deceduto durante il corso delle procedure di preparazione finalizzate a trarre in salvo i ragazzini intrappolati. Ora, dopo diciassette giorni di terrore, la piccola squadra si trova in ospedale. Si stanno riprendendo, saranno dimessi giovedì.

Perché questa storia, nonostante le dubbie manovre di Salvini e le discutibili scelte di Trump che si sono susseguite nel corso delle ultime settimane, ha attirato tanta attenzione? Perché persino il sito della CNN ha proposto la vicissitudine dei ragazzini thailandesi come notizia principale per giorni?

Alcuni potrebbero citare gli elementi spiccatamente narrativi legati alla storia: suspence, terrore, pericolo, morte, innocenza, salvezza. Tratti adatti a catturare con facilità – e tanta superficialità – lo sguardo del pubblico. I più maliziosi, poi, potrebbero accusare i media di aver sfruttato la storia per distogliere l’attenzione dei più dai fatti economici e politici: una trascinante narrazione tramite la quale abbagliare le masse. Tuttavia, nei sentimenti generati dal drammatico salvataggio della squadra è possibile scorgere, come specificato, qualcosa di più.

Che cosa ha visto il pubblico internazionale, magari tra i limiti del proprio inconscio, in una storia sviluppatasi oggi, all’interno di un mondo nel quale i potenti minacciano guerre di ogni genere, la politica si è fatta vacuo scontro muscolare, l’ombra della crisi economica permane, la cieca furia delle masse diviene sempre più pericolosa, l’inquinamento globale sfalda senza sosta le risorse del pianeta, gli estremismi si affermano con prepotenza e sembra non esserci più spazio per nessuno?

Tanti, in quei ragazzini completamente innocenti, debbono aver visto sé stessi. O i propri figli, depositari del futuro. Quanti, oggi, dietro alla rabbia celano il sentirsi vittime di un sistema nel quale faticano a riconoscersi e del quale non riescono a comprendere i funzionamenti? In questo senso, allora, non è forse possibile individuare un’analogia con quel gruppo di ragazzini precipitati in una buia grotta?

Tanti vorrebbero la salvezza, vorrebbero rivedere la luce. Chi può dirsi soddisfatto, oggi, del pianeta martoriato sul quale viviamo? Chi non sogna condizioni migliori, tempi più radiosi e sereni?

Come hanno evidenziato gli storici Pietro Corrao e Paolo Viola, “Si è amaramente constatato che il cammino del progresso non riprendeva in maniera lineare, come prima della tragedia (ossia i conflitti mondiali, ndr). Che il comunismo produceva uguaglianza, ma non libertà né progresso, che la decolonizzazione dava luogo a barbarie e guerra civile, che il capitalismo generava alla sua periferia oppressione, disuguaglianze e dispotismi: altro che illuministico progresso nella libertà. Che per giunta forse il pianeta era stato danneggiato, anche dal punto di vista ecologico, da quel culto del progresso, probabilmente in maniera irreparabile.”

Attraverso la storia dei ragazzini thailandesi è possibile individuare, oltre alle constatazioni sinora esposte, anche un insegnamento. La salvezza raggiunta dalla squadra, infatti, non è stata il frutto di un provvidenziale intervento messianico. È stata il frutto, riprendendo Leopardi, di una “social catena” fatta di mani amiche, le quali hanno collaborato senza sosta per giorni, fino a guidare i ragazzini attraverso i tortuosi cunicoli del complesso di grotte, sommersi da acque torbide e correnti potenzialmente fatali.

Se gli umani del presente desiderano quella luce alla quale i ragazzini sono tornati dopo diciassette giorni di tenebre, è nelle umane potenzialità delle quali dispongono che debbono confidare.