È notizia di pochi giorni fa che l’attrice israeliana Natalie Portman abbia rifiutato quello che viene comunemente definito come “il Nobel ebraico” elargito dalla Genesis Prize Foundation.

La star internazionale ha, però, dichiarato di non voler accettare questo riconoscimento a causa dei “recenti avvenimenti” nella striscia di Gaza, che l’hanno portata dunque a distanziarsi dalle scelte politiche operate dal Governo israeliano. Dal canto suo, la fondazione che l’avrebbe voluta premiare l’ha comunque elogiata, definendola come una grande persona, dal cuore dolce e gentile. L’attrice è, infatti, sempre stata un simbolo della lotta contro la guerra e la violenza, ha partecipato alla campagna “Me too”, denunciando gli abusi subiti dalle donne del mondo di Hollywood, è vegana, amante della natura e fervente sostenitrice dei diritti delle coppie omosessuali. L’attrice, inoltre, non ha mai fatto mistero di sentirsi in tutto e per tutto una donna israeliana, anche se non ha omesso di criticare la linea dell’attuale Presidente dello Stato di Israele, Netanyahu, osteggiando la sua rielezione.

Ora, quindi, gli occhi del mondo tutto sono puntati su ciò che accade nella striscia di Gaza.

È dal 30 marzo che migliaia di palestinesi hanno partecipato alla “Marcia del Ritorno”, una manifestazione di protesta per chiedere il ritorno dei profughi palestinesi nei territori che oggi sono parte integrante dello Stato di Israele. Da quel momento vi sono stati numerosi scontri tra i manifestanti e l’esercito israeliano e sono annoverati 14 morti e 1500 feriti, un bilancio tragico in questi giorni di estrema tensione in Medio Oriente.

“Abbiamo identificato dei tentativi di portare a compimento attacchi terroristici usando la protesta come copertura. Abbiamo detto ai civili di non avvicinarsi alla frontiera e stiamo inviando avvisi ufficiali ad Hamas che è responsabile per quello che accade nella Striscia”, hanno comunicato le autorità israeliane, cercando di dare una spiegazione del loro operato sotto lo sguardo vigile della comunità internazionale.

Centrale in questo momento è stata la posizione della BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), una campagna globale avviata fin dal 2005 da più di un centinaio di organizzazioni non governative palestinesi dirette contro lo Stato di Israele. Ed è il ministro della cultura Miri Regev a tirare in causa quest’organizzazione, accusando la Portman di essersi schierata a fianco dei palestinesi. Numerose sono, infatti, le critiche rivolte all’attrice statunitense per questa sua scelta e i primi a pronunciarsi sono stati esponenti del Governo e membri del partito Likud, il partito del Premier stesso.

In molti hanno criticato la posizione ambigua della donna, sostenendo che ella da una parte avrebbe usato la sua nazionalità per ottenere ruoli di primo piano nel cinema e far proseguire la sua carriera, rinunciando d’altra parte alla sua “vera natura”, vantandosi di non aver prestato servizio nell’esercito israeliano stesso.

In definitiva, la presa di posizione della Portman ha fatto non poco scalpore, suscitando reazioni contrastanti in tutto il mondo, a seconda della propria simpatia nei confronti ora della Palestina, ora di Israele.

Resta comunque di vitale importanza l’azione dell’attrice, che con il suo gesto ha richiamato l’attenzione su un problema sempre presente e sempre attuale: il dramma di un conflitto che insanguina una terra teatro di guerre e sopraffazioni da fin troppe generazioni e che ancora oggi sembra non risolversi.

Pare un grido di aiuto nei confronti della comunità internazionale, chiamata mai come ora ad intervenire. Non a favore di una o dell’altra fazione, ma a favore dei civili, dell’umanità, che rischia altrimenti di essere dimenticata tra le macerie di un mondo senza religione e senza Dio.