Emmanuel Macron sta rivelando una personalità contraddittoria, molto diversa da quella lineare, che gli aveva permesso di vincere le elezioni presidenziali. Sarà tuttavia richiamato ad una maggiore coerenza non appena Angela Merkel sarà salita al suo quarto Cancellierato. Tra i due è in preparazione un accordo per l’approfondimento dell’integrazione e forse anche per la spartizione politica dell’Europa

In sei mesi di presidenza, il pensiero politico di Emmanuel Macron si è un po’ perso per strada. Era difficile immaginarlo, guardando alla linearità del suo curriculum personale: figlio della buona borghesia francese, laurea in Sciences Po, specializzazione all’ Ena, la prestigiosa scuola di alta amministrazione riservata ai migliori, esperienza alla Rothshild e successi in importanti operazioni finanziarie.

E’ già ricco nel 2011, quando Hollande lo chiama all’Eliseo come Segretario all’Economia per promuoverlo poco dopo Ministro in occasione di un rimpasto governativo. In questa nuova carica rivela il suo orientamento liberale, facendo approvare una legge sulla deregolamentazione e sull’apertura dei mercati, in particolare quello dei trasporti. Entrato in politica, trova difficoltà inaspettate e nel 2016 lascia l’incarico per fondare un proprio movimento, che gli attira accuse di narcisismo e tradimento.

Alla fine di quell’anno annuncia la sua candidatura in un grande meeting, definendosi né di destra né di sinistra e mettendo al centro del suo programma i temi europei. Afferma che il tempo delle élites è finito e che bisogna rifondare le istituzioni di Bruxelles per avvicinarle ai cittadini, ritenendo che non si possa far niente senza coinvolgerli. Per essere più chiaro, aggiunge che la Brexit non è frutto di scetticismo o cattiva informazione, ma è un segno di insofferenza per il malgoverno e l’esclusione sociale.

La responsabilità ricade certo in parte sull’Unione, che è diventata una istituzione fredda e burocratica. Per altra parte ricade sugli Stati nazionali, che hanno perso capacità di rappresentanza e non riescono più a tutelare le popolazioni nelle sfide del mondo globalizzato. Le sovranità nazionali appartengono al mondo di ieri, mentre quello di oggi ne chiede una di dimensione continentale per fare i conti col terrorismo, l’immigrazione, le relazioni con le grandi potenze. In campo economico bisogna abbandonare le tentazioni protezionistiche, aprire i confini agli scambi commerciali, accettare le regole della concorrenza, porre fine all’elusione fiscale. Nel settore della sicurezza, si deve capire che l’ala protettrice del fratello americano si è chiusa e che dobbiamo arrangiarci, cominciando intanto a creare un fondo europeo per la difesa ed allestire una centrale unica per pianificare e monitorare le operazioni.  Questa combinazione di europeismo e liberismo è stata la carta vincente, che gli ha permesso di battere tutti gli avversari con ampio margine per insediarsi all’Eliseo prima e dominare il Parlamento poi.

 Tuttavia le prime mosse presidenziali sono state sorprendenti e ci hanno fatto scoprire un Macron sovranista e protezionista. Sono bastati un pacchiano pranzo sulla Tour Eiffel con Donald Trump e la visita parigina di Putin a farci capire come intenda condurre la politica estera. Soprattutto la vicenda Fincantieri ha fatto emergere il tradizionale nazionalismo della classe dirigente francese, che gli credevamo estraneo. France first, verrebbe da dire rubando lo slogan al magnate newyorkese. Tuttavia nel caso francese non siamo di fronte ad una trovata pubblicitaria, ma ad una mera applicazione della normativa varata nel 2005 a protezione dei settori cosiddetti strategici, che Macron non ha mai sconfessato nei suoi molteplici discorsi.

Negli stessi giorni in cui costringeva l’azienda italiana a rinunciare alla posizione di comando dei cantieri Stx France conquistata secondo le regole di mercato, è tornato alla sua visione europeista. In un discorso letto alla Sorbona a fine settembre, ha ribadito infatti la necessità di una Europa “souveraine, unie, démocratique”, riprendendo il filo della campagna elettorale e riaccendendo le speranze del nostro stesso Movimento che gli ha dedicato un affrettato documento di plauso.

In pochi mesi di presidenza, Macron si è pertanto lasciato andare ad opposte visioni della sua linea politica: europeista (a parole) e nazionalista (nei fatti). Ha oscillato tra l’una e l’altra come un pendolo, senza alcun imbarazzo per la evidente contraddizione che molti hanno voluto minimizzare imputandola al vuoto lasciato dagli impegni elettorali di Angela Merkel. Insomma l’enfant prodige francese si sarebbe preso qualche libertà di troppo in un momento in cui poteva farlo, non avendo alcun contraddittorio ed avendo al contrario largo spazio per guadagnare visibilità in campo internazionale. Ma fra qualche settimana la Signora salirà al suo quarto Cancellierato e allora il pendolo dovrà fermarsi nel punto fissato dalle intese, che gli sherpa stanno preparando.

Non è un mistero che vi sono ancora punti di contrasto su riforme come il bilancio autonomo dell’eurozona, la figura di un Ministro che vi sovrintenda, il Fondo monetario europeo. Sono tutti strumenti per completare l’unione monetaria, sui quali dovranno convergere le posizioni della Francia gravata da un ragguardevole debito pubblico e della Germania che ha i conti in ordine e diffida di misure di condivisione dei rischi. Un accordo sarà comunque raggiunto perché entrambi i Paesi sentono di avere alla portata un ruolo di predominio rispetto al Regno Unito invischiato nelle trattative per rimanere a qualche titolo agganciato all’Unione e alla Spagna indebolita dalla questione catalana. Quanto all’Italia, basta aspettare che dia esecuzione alla riforma elettorale in itinere e si consegni a Governi precari con leader poco credibili. I tempi sono maturi per un asse Parigi – Berlino, che potrebbe portare ad un approfondimento dell’integrazione molto orientato e forse segnare anche la spartizione politica dell’Europa.