Il conflitto ucraino, dal momento del suo scoppio, è sempre stato un argomento molto bollente nella politica interna dei paesi UE. In particolare, le sanzioni economiche applicate alla Russia sono oggetto di pesanti critiche da parte di alcuni partiti che le bollano come inutili se non dannose. Sostengono che queste, oltre a danneggiare l’export delle industrie europee, impediscano la realizzazione di un progetto di pacificazione della zona. Una domanda sorge dunque spontanea: è realistico pensare che se l’Unione Europea e gli Stati Uniti rimuovessero le sanzioni, la situazione ucraina si sgonfierebbe? E soprattutto, la Russia (o meglio, Putin) è davvero interessata ad una risoluzione del conflitto?

La risposta è no e per comprendere ciò bisogna innanzitutto capire il modo in cui il presidente russo si muove in politica estera, le sue ambizioni ed i suoi obiettivi a breve e medio termine. Da questo punto di vista, la frase più significativa pronunciata da Putin per individuarne le aspirazioni è “La dissoluzione dell’Unione Sovietica è stata la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”. Chiaramente, non c’è nessuna volontà di ricostituire l’URSS, considerata anche dai russi parte del passato. Cosa si vuole comunicare è invece la perdita della propria sfera di influenza, che il leader brama a tutti i costi. In pratica, il centro della politica estera russa è il ritorno allo status di superpotenza. Quindi, per Putin, la cosa più importante è che gli altri stati ed i cittadini russi percepiscano la Russia stessa come una componente fondamentale del sistema internazionale, in grado di opporsi al gigante statunitense ed ai suoi alleati.

Per ottenere ciò, il presidente è costretto ad usare le uniche tre armi a sua disposizione: l’esercito, il gas naturale e gli hacker. La Russia infatti di per sé non ha la possibilità di usare né la propria economia (in stagnazione da anni, con un PIL minore anche di quello italiano) né la propria influenza culturale (il suo sistema politico ed il suo stile di vita non sono percepiti come un possibile modello dagli stati confinanti). Ne risulta una potenza molto limitata nella sua capacità di azione, in grado però di distorcere la sua reale entità. In particolare, Putin necessita di continui focolai di crisi nel raggio di azione russo che possa usare come espediente per costringere gli USA e l’UE a trattare con lui da pari a pari. In ordine cronologico, Georgia, Ucraina e Siria sono servite allo scopo e non vi è nessuna intenzione di risolvere ciascuna di queste situazioni (alla quale va aggiunta anche la Moldova), a meno che questo non implichi cedere totalmente questi stati all’influenza russa.

Le sanzioni hanno dunque un’utilità che va oltre quella di impantanare un’economia già in difficoltà di suo: servono a sottolineare la differenza di potere economico tra l’UE e la Russia. Noi europei possiamo permetterci di tagliare i ponti (eccetto quello energetico), loro no. Psicologicamente, questo è molto importante per schiarire la coltre di fumo che Putin erge attorno alla reale potenza del Cremlino, specie per i cittadini russi stessi, perché quando sale il malcontento verso un autoritarismo spesso è proprio grazie ad uno stallo o una disfatta militare che ne fanno crollare il mito prima e a ne provocano il crollo poi. È successo all’URSS con l’Afghanistan, all’Argentina con le Isole Falkland e alla Serbia con il Kosovo. Ed in questo caso si spera la prossima sia la Russia con l’Ucraina.