Tra le ultime pagine de “L’Espresso”, uno spazio è sempre dedicato alla rubrica della quale si occupa Stefania Rossini, che tratta di attualità rispondendo alle lettere inviate dai lettori: prima che si definisse l’esito del referendum, alla giornalista è pervenuto un testo decisamente significativo, capace d’illuminare in maniera molto eloquente una delle maggiori problematiche attinenti alla questione che ha tanto infiammato l’intera Italia. In maniera molto semplice e spontanea, l’autore della lettera raccontava di una cena tenutasi qualche giorno prima: risate tra gli amici di sempre bruscamente interrotte da una domanda, una soltanto: “Voi, al referendum, che votate?” Ebbene, un singolo interrogativo, spiegava l’autore, fu sufficiente: la cena si tramutò rapidamente in dibattito, il dibattito in litigio, il litigio in dardi velenosi: nessuno era poi disposto a retrocedere, gli animi ardenti e orgogliosi, fieri e ciechi. Non pochi possono facilmente immedesimarsi in uno scenario simile: non è forse vero? Il motivo per cui il referendum ha condotto a degenerazioni tanto deplorevoli è semplice: la complessa questione riguardante l’insieme di riforme – se di insieme si può veramente trattare – proposte dal governo Renzi è stata massacrata da uno tsunami devastante: semplificazioni, banalizzazioni e stereotipi hanno gradualmente sommerso qualsiasi dibattito – privato o, purtroppo, pubblico –, così determinando la nascita di scontri e posizioni ridicole. Pare, dunque, che la complessità tanto decantata dall’immenso Carmelo Bene – il quale, non casualmente, si schierò contro qualsiasi forma di parafrasi relativa al testo poetico – sia stata dimenticata; tuttavia, quando la complessità è strutturale, evitarla costituisce uno sbaglio imperdonabile: un’aberrazione che spinge con irruenza verso la deformazione.

            Durante le settimane antecedenti al referendum, la penisola si è orridamente trasfigurata in un affresco popolato da scene grottesche: esponenti di CasaPound che appoggiano il No sostenendo ingenuamente di voler difendere la Costituzione del ’48, ossia la stessa Costituzione che vieta totalmente gli ideali fascisti propugnati da tale movimento; partigiani che, quasi fosse tra i loro diritti sospendere qualsiasi forma di giudizio critico, difendono il No perché contribuirono alla nascita della Repubblica e alla formazione della Costituzione del ’48; studentelli piuttosto stolidi che, immemori della lungimiranza legata alle scelte dei padri costituenti, dichiarano che si deve assolutamente votare No perché la Costituzione non si tocca; membri della Lega Nord che, politicizzando in maniera assoluta la questione referendaria, guardano con favore al proprio leader, il quale non si avvale nemmeno di uno slogan relativo al Sì o al No, ma grida soltanto: “Cacciamo Renzi!”; personaggi del mondo politico e del panorama filosofico che, giacché vincolati da svariati interessi al Partito Democratico, sostengono il Sì senza troppa convinzione: tra i tanti, si scorgono i profili del deludente Cacciari, del ridicolo Benigni e dell’ambiguo Prodi; squallidi individui che, implicitamente convinti della natura meramente economica correlata alla Unione Europea, votano Sì perché se alla Merkel risulta simpatico Renzi, allora bisogna ascoltare la Merkel; sciocchi terroristi che, angosciati dalla crisi di Monte dei Paschi di Siena, dal populismo del Movimento 5 Stelle e da una probabile invasione marziana, urlano esclusivamente: “Sì!”; condottieri che, desiderosi unicamente di preservare o guadagnare potere, scelgono la propria posizione secondo interessi dalle proporzioni ristrette: Renzi rincorre l’approvazione popolare che non ha mai ottenuto – e allora, populista, grida: “Dite Sì: cacciamo i senatori e risparmiamo!” –, Alfano l’Insignificante vuole solamente preservare il proprio ruolo, Verdini è ormai pronto a servire il proprio padrone, Salvini pensa di poter governare al posto di Renzi, Berlusconi osserva fiaccamente un ritorno che non avverrà mai, Sinistra Italiana è felice di poter dire finalmente qualcosa, e il Movimento 5 Stelle cerca di dimostrare a tutti… qualcosa. Là, in un angolo, ultimi non ultimi, anche gli pseudo-intellettuali, gli odiosi rappresentanti della gauche caviar: carogne che votano Sì perché il Sì coincide con il “Cambiamento” e con la “Governabilità” – divinità non ben identificate che invocano con nauseante costanza.

            Gli sguardi hanno ormai abbandonato l’affresco descritto: il referendum è giunto al proprio termine, il No ha registrato più consensi, Renzi s’è dimesso, e dopo una breve crisi di governo Mattarella ha scelto di affidare la gestione dell’Esecutivo a Gentiloni. Quanto è accaduto durante le settimane che hanno preceduto il referendum, al di là delle fazioni costituitesi, non si deve però dimenticare: le immagini tratteggiate prima debbono stimolare un’analisi attenta e critica rispetto alla conformazione del voto, robusto e al contempo controverso (perché spesso soggetto a degradazioni) pilastro di ogni sistema democratico. Rispetto al voto debbono sorgere più domande e si debbono ricercare più risposte: intorno a che cosa si vota? Quali parametri dovrebbero guidare la mia scelta? Infine (e soltanto infine): che cosa voto?

            Alcuni potrebbero sollevare già ora delle obiezioni: “Non esistono soltanto giuristi!” Vero: tutti, però, sono tenuti ad informarsi il più possibile, perché tutti sono tenuti – almeno ipoteticamente – ad esprimere una preferenza cosciente e lucida. Ragionando con consapevolezza, sarebbero emersi con chiarezza determinati punti: il referendum non costituisce un’elezione politica, dunque la scelta dell’elettore deve dipendere in primis da considerazioni correlate alla questione referendaria, ed in secundis da una valutazione concernente le eventuali conseguenze politiche, sociali ed economiche legate ad una certa opzione; la disamina relativa al quesito referendario, poi, deve comprenderne tutte le componenti: chi ha formulato la proposta, come l’ha formulata, quale parere è stato emesso dalla Corte costituzionale, quali punti strutturano l’ipotetica revisione, quali valori e ragioni sorreggono la Costituzione del ‘48 e quali le possibili modificazioni; in conclusione, l’elettore non dovrebbe dimenticare l’alta responsabilità intrinsecamente congiunta al voto, il quale non coincide certo con un pezzo di carta tramite il quale dire qualche cosa. Molti battibecchi chiassosi e confusi non sarebbero nati, se la discussione intorno al referendum del 4 dicembre fosse stata impostata con precisione e sottigliezza, ossia gli elementi che la maggior parte della classe politica e del popolo ha spesso tralasciato perché smaniosa di prender parte alla Guerra delle Banalità: già, ecco ciò che rimane all’arida penisola.