Donald Trump intende coltivare le relazioni internazionali in termini bilaterali. E’il metodo seguito anche da altri leader, che renderà inservibile l’Onu

 

Nikki Haley, 44 anni figlia di immigrati indiani e Governatore del South Caroline, appena proposta alla carica di ambasciatore Usa all’Onu ci ha fatto conoscere la sua esultanza attraverso immagini e dichiarazioni rimbalzate su tutti i principali media. La sua soddisfazione tuttavia potrebbe rivelarsi alquanto sopra le righe e non perché manchi ancora la ratifica del Senato. Donald Trump, che l’ha indicata per la nomina, ha infatti scarsissima considerazione del palazzo di vetro in riva all’Hudson e sembra non avere alcuna intenzione di servirsene per la sua politica estera .

Le prime avvisaglie si sono avvertite durante la campagna elettorale, quando ha detto che una volta eletto avrebbe fatto cancellare il Coop21 firmato a Parigi nel 2015 e che si sarebbe impegnato per riaprire le vecchie centrali a carbone e rilanciare l’estrazione off – shore di gas e petrolio. A parole ha poi ridimensionato tali affermazioni, ma ha fatto mancare il sostegno americano alla  Conferenza sul clima di Marrakesh del novembre scorso, mettendo in discussione uno dei pochi risultati raggiunti dall’Onu con largo consenso internazionale.

Ma le bordate più violente si avvertiranno non appena sarà formalmente insediato alla Casa Bianca. Non soltanto i temi del clima, ma tutte le relazioni internazionali saranno scompaginate in una nuova interpretazione che rigetta la globalizzazione, fa carta straccia dei Trattati di cooperazione transoceanica come il Tpp per il Pacifico ed il Ttip per l’Atlantico, per porre al centro del mondo l’America e i suoi interessi nazionali. La politica estera sarà conseguentemente condotta tramite accordi bilaterali, che salteranno di netto organizzazioni di mediazione come l’Onu e ne sviliranno le funzioni. Per attaccarla, Trump troverà terreno fertile, dato che da tempo è rappresentata come una babele dove si parlano linguaggi diversi, un ambiente pieno di corrotti e approfittatori, una organizzazione buona per far discorsi e incantare la gente. Oriana Fallaci che ha lungamente frequentato New York considerava l’Onu “una banda di mangia-a-ufo, una mafia di imbroglioni che ci menano per il naso”, dopo aver visto lo stile di vita dei suoi funzionari più alti in grado e le inconcludenti comparsate di plotoni di delegazioni politiche.

Al di là delle molte colorite e sprezzanti definizioni, è giusto chiedersi a cosa serva un simile dispiegamento di energie umane, organizzative e finanziarie, che comprendono numerose Agenzie (Fao, Unicef, Unesco, tra le più conosciute) e corpose sedi decentrate come il silenzioso ufficio di Ginevra. L’Onu può vantare un curriculum onorevole nei primi decenni dalla sua istituzione, quando è riuscita a stemperare le tensioni della guerra fredda, ma ha poi accumulato una serie impressionante di fallimenti in ogni parte del pianeta. Nel 1994 un milione di Tutsi è stato sterminato in Ruanda, nonostante il comandante delle milizie Onu fosse al corrente del pericolo e avesse chiesto istruzioni sul da farsi; l’anno dopo a Serbrenica diecimila musulmani bosniaci sono stati massacrati in centro città dalle truppe serbe, mentre Ratko Mladic brindava con Tom Karremans comandante dei caschi blu da allora scherniti come “puffi” e non per il loro colore; all’inizio di questo millennio, 200 mila sudanesi del Darfur hanno subito la stessa sorte ed in Iraq un milione di sciiti è stato perseguitato da un Saddam Hussein sostenuto finanziariamente dal programma “Oil for food”. Si potrebbe proseguire fino alla scandalosa assenza di ruolo ad Aleppo e Mosul, mentre il recente ripristino di un corpo di interposizione sulle alture del Golan è passato del tutto inosservato.

Non sarà difficile per Trump tirar fuori questi precedenti per bypassarla e fare di testa sua. Ma non si limiterà a questo. L’effetto più grave e duraturo lo farà sentire sulla possibilità di riformarne il cuore organizzativo dominato ancora dai vincitori della seconda guerra (Usa, Francia, Regno Unito, Russia, Cina), che siedono permanentemente nel Consiglio di Sicurezza e  possono paralizzarlo esercitando il diritto di veto. Tutti i tentativi fatti finora per renderlo più funzionale e allargarne il sistema di rappresentanza sono falliti. Giappone e Germania da tempo chiedono inutilmente un seggio, avendo una popolazione maggiore di Francia e Regno Unito e versando contributi in proporzione. Lo chiede anche l’India che ha un miliardo e mezzo  di abitanti e lo chiedono i Paesi dell’America Latina, con in testa il Brasile, per non parlare dell’Africa, che ha la crescita demografica più accelerata. In un suo celebre libro, Samuel Huntington ha proposto che ciascuna delle civiltà emergenti nel pianeta sia anzitutto responsabilizzata a mantenere l’ordine al suo interno e abbia poi un suo membro permanente nel Consiglio, che dovrebbe essere limitato a 9 rappresentanti, 7 per Giappone, India, Africa, America Latina, Islam, Russia, Cina e 2 per Usa ed Europa (Lo scontro delle civiltà – Garzanti, 2000). Nella ricerca di un compromesso, l’Italia si è intestata uno dei progetti più fantasiosi proponendo la creazione di dieci seggi a rotazione frequente da riservare ai Paesi più popolosi, affiancati da altri dieci in rappresentanza dei Paesi più piccoli.

Tutti questi progetti finiranno in un grande cestino e l’idea stessa di avere una Onu rinnovata sarà messa da parte, mentre le diplomazie statali procederanno per rapporti bilaterali. Questo metodo non è esclusivo patrimonio dell’America di Trump, che ora punta a costruire un “multilateralismo a raggera” con al centro Washington. Lo coltiva anche Pechino, che pure aspira ad una propria centralità politica e commerciale, come si vede nei comportamenti di Xi Jinping che al recente vertice peruviano dei 21 Paesi dell’Apec (Asia Pacific Economic Cooperation) ha proposto la creazione di una zona di libero scambio alternativa al Tpp. Se poi consideriamo che Mosca non è da meno quando porta avanti il suo progetto di Eurasia, ci accorgiamo di essere in presenza di nazionalismi risorgenti su larga scala che si fronteggiano pericolosamente e dimostrano scarsa disponibilità alla mediazione.

L’Onu ha imboccato il viale del tramonto, come a suo tempo accaduto alla Società delle Nazioni, di cui nel 1945 ha preso il posto. In attesa di improbabili riforme, molti dei suoi 65 mila dipendenti potrebbero prendersi lunghi periodi di ferie, senza conseguenze per gli equilibri planetari. Compresa l’avvenente e loquace Nikki Haley.