Il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti è una tessera importante della nuova geografia politica e commerciale del pianeta. Presenta diversi aspetti discutibili ed è ancora sul tavolo dei negoziati

Sabato scorso si è svolta a Roma l’annunciata manifestazione di protesta contro il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il Trattato che punta a creare una zona di libero scambio fra Usa ed Europa. L’ha promossa la Cgil assieme ad una larga rappresentanza di centri sociali e gruppi antagonisti come Altragricoltura, Associazioni per la decrescita, Circoli anarchici, Comitati beni comuni, Forum dei movimenti per l’acqua, Legambiente, cui hanno espresso solidarietà diversi parlamentari del M5S. Qualche giorno prima Greenpeace aveva reso pubbliche centinaia di pagine di documenti preparatori, che hanno ridato fiato a slogan di opposizione radicale e contribuito a riportare questa tematica all’attualità, togliendola dal cono d’ombra  in cui era stata lasciata cadere.

Questo acronimo ci è diventato familiare nel 2013 quando l’iniziativa ha preso formale avvio, anche se i primi contatti a livello tecnico e operativo risalivano a qualche anno addietro. Era infatti condivisa da tempo l’idea che una regolamentazione comune su dazi, tariffe e standard produttivi avrebbe giovato agli scambi commerciali, con benefici in termini di reddito e di occupazione per entrambe le parti. Usa e Ue rappresentano circa la metà del PIL mondiale e scambiano ogni giorno beni e servizi per 2 miliardi di euro. Gli Usa investono nell’UE  il triplo che in Asia, mentre gli investimenti dell’ Ue negli Usa sono otto volte quelli in India e Cina messe insieme.

I rapporti commerciali sono sempre stati disciplinati in qualche misura da accordi internazionali. A Ginevra nel 1947, 23 Paesi hanno stipulato il Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade), sostituito come organizzazione nel 1995 dalla Wto (World Trade Organization), con l’adesione di 157 Paesi. Per l’area del Pacifico è in fase di avanzata definizione il Tpp (Trans Pacific Partnership) con un testo concordato tra i negoziatori lo scorso ottobre ed in attesa adesso delle ratifiche nazionali.  I Brics, cioè i Paesi ad alto tasso di crescita (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa e qualche altro candidato), stanno seguendo un loro percorso di cooperazione contrassegnato un paio di anni fa dalla istituzione di un proprio Fondo di sviluppo (New Development Bank) indipendente dallo storico Fmi.

Il Ttip è pertanto una iniziativa riguardante la restante area atlantica ed è espressione delle grandi mutazioni geopolitiche trainate dalla globalizzazione. In tre anni ha fatto registrare 13 round negoziali, l’ultimo dei quali si è tenuto a New York alla fine dello scorso aprile, lasciando aperte diverse questioni di grande spessore. Per gli europei sono sintetizzabili nel  rischio di una  minore sicurezza alimentare e nelle ricadute sull’agricoltura, che teme vengano travolti i propri marchi di origine controllata, come pure nel timore di un allentamento degli standard di tutela ambientale più rigorosi da noi che negli Usa. Il nodo principale è il sistema di composizione delle controversie affidato ad una sorta di Tribunale privato, che si vuole prevalente rispetto alla giurisdizione dei singoli Stati con una palese sottrazione di sovranità. Le proteste più furibonde riguardano proprio questo punto e ancor oggi quando si vuole esemplificare il potere delle grandi multinazionali si ricordano i casi dell’Australia e dell’Uruguay querelati dalla Philip Morris per aver imposto pacchetti di sigarette anonimi, o con scritte sui danni del fumo per la salute.

Le trattative si svolgono secondo una procedura unitaria che prevede come attore negoziale la Commissione e affida il consenso finale al Consiglio e al Parlamento, cui dovranno seguire le ratifiche di ciascun Paese membro. Tuttavia non mancano prese di posizione nazionali. La Francia ha chiesto fin dall’inizio che venga escluso il settore  delle comunicazioni per non essere invasa dai network Usa e adesso reclama trasparenza e parità di condizioni; la Germania sta frenando per non veder messi in discussione i propri primati nell’export; l’Italia condivide le preoccupazioni dei suoi partner, anche se dopo la sostituzione del suo rappresentante permanente presso l’Unione è sospettata di essere troppo accondiscendente verso gli Usa.

In ogni caso, il Ttip indica un percorso di integrazione ricco di opportunità per 800 milioni di occidentali in un mondo, che sta andando verso i 10 miliardi di abitanti non tutti amichevoli. E’ un percorso ancora lungo e tutto in salita. I prossimi mesi ci diranno se l’Unione saprà contenere le sue divisioni e affrontare compatta le pressioni americane, che bisogna realisticamente mettere nel conto. Ci diranno anche se vorrà ricordare che nell’estate 2013    Obama aveva presentato il Ttip al G8 di Lough Erne in Irlanda alla presenza di Putin, poco prima che ne venisse estromesso a causa della crisi ucraina. Recuperare la prospettiva di una estensione alla Russia aiuterebbe a contrattare da una posizione di maggior forza e a dare al progetto di integrazione politica un orizzonte più ampio, evitando di perdersi in quello attuale.