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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Economia, Politica estera

Il vero nodo dell’Europa

Riguarda la direzione politica dell’eurozona. Un decennio di discussioni dimostra ad abundantiam che se si continuerà ad affrontare questo tema sul piano tecnico non si arriverà ad alcun  risultato, se non al fallimento del progetto di integrazione

Mancano 100 giorni alle elezioni europee e sui destini dell’Unione permane un grande silenzio. Abbiamo visto pochi programmi con obiettivi generici come la opportunità di rilanciare il processo di integrazione, promuovere uno sviluppo coordinato, risvegliare la solidarietà fra i popoli in un contesto mondiale instabile e pericoloso. Obiettivi certo condivisibili, ma in Italia il dibattito politico rimane zavorrato sul reddito di cittadinanza, le pensioni, i porti chiusi ed in altri Paesi il clima non è molto diverso. La Francia è alle prese con i gilet jaunes, il Regno Unito con la Brexit, la Germania con l’ascesa delle destre, per non parlare di Ungheria e Polonia orgogliose dei propri nazionalismi. Insomma ognuno per la sua strada e tutto fa pensare che assisteremo alla solita corsa per spartirsi i 705 seggi del Parlamento di Strasburgo. Gli eletti dei singoli partiti nazionali si iscriveranno ai diversi gruppi di destra, sinistra, centro e poi chi vivrà vedrà.

Nessuno finora ha preso di petto il vero problema: dare una direzione politica all’eurozona. La moneta unica è stata creata nell’intento di accelerare la convergenza fra gli Stati europei ed è stata affidata ad una Banca centrale che la gestisse (la Bce), lasciando tuttavia le politiche di bilancio alla competenza dei singoli governi e parlamenti nazionali. Questa incongruenza è stata lungamente sottovalutata, pensando che nel tempo sarebbero maturate le intese politiche per correggerla, ma si è finora discusso solo tecnicamente di Unione bancaria e Unione fiscale, entrambe ad uno scarsissimo stato di avanzamento.

La prima è figlia dei disastri del 2008 ed è nata dall’idea di accentrare alcune funzioni di competenza dei singoli Istituti nazionali, per sorvegliare le loro gestioni e ridurre i rischi di crisi. Ha fatto segnare alcuni passi avanti per quanto concerne la vigilanza, pur tra notevoli polemiche e diffidenze, ma si è presto arenata. Il c.d. bail in, cioè la normativa per porre a carico di azionisti, obbligazionisti e management le conseguenze delle cattive gestioni, ha trovato fortissime opposizioni ed i costi di risanamento e rilancio delle banche continuano ad essere fiscalizzati, come insegna il caso Carige. La assicurazione europea sui depositi non ha visto nemmeno la luce. La Germania ha temuto di dover rispondere di disgrazie altrui e ha chiesto che fosse posto un limite all’acquisto dei titoli di Stato. L’Italia che deve continuamente piazzare i propri titoli del debito si è ritenuta danneggiata e ha posto un altro veto, contribuendo non poco a mandare in archivio l’intero progetto.

L’Unione fiscale è stata concepita parallelamente a quella bancaria e non ha avuto finora miglior fortuna. Per correggere i difetti di governance, è stato introdotto il Fiscal compact fissando una serie di regole di bilancio comuni sulla falsariga di quelle di Maastricht, che tuttavia diversi Paesi ed in particolare quelli mediterranei avevano difficoltà ad osservare. E’ stato quindi creato il Mes (Meccanismo europeo di stabilità, o Fondo salva Stati) per prestare danaro a Paesi e banche in crisi, con una gestione a marcata impronta intergovernativa. Per superare questo limite, la Commissione ha proposto di trasformarlo in un Fondo monetario e di creare un Tesoro europeo, cui preporre un Commissario, o Ministro, alle Finanze con ampi poteri. Con la nuova architettura istituzionale sarebbe stato possibile uscire dalla logica dei meri controlli ed avviare una politica di sviluppo, stabilizzando tutte le economie.

Era il 31 maggio 2017 e il 1° giugno Wolfgang Schauble, al tempo Ministro delle Finanze tedesco, faceva sapere di essere contrario al progetto, ribadendo che era necessario continuare a rispettare le vecchie regole. Angela Merkel non lo ha contraddetto, ma ha aspettato un anno per prenderne in qualche misura le distanze condividendo con Macron la dichiarazione di Mesberg, redatta peraltro con un controllatissimo linguaggio diplomatico.

Nel dicembre scorso, nell’imminenza della fine del QE di Mario Draghi, l’attesa riunione dell’Eurogruppo è andata a vuoto. Ha preso qualche misura tecnica per potenziare il fondo di risoluzione per le banche insolventi, ma l’assicurazione comune dei depositi bancari è stata condizionata alla riduzione dei rischi e la discussione su un possibile bilancio separato per i 19 Paesi con la moneta unica è stato addirittura rinviata a tempi migliori.

Nessun avanzamento pertanto in termini di solidarietà e tutto come prima per l’eurozona, che coincide ormai con l’Unione se pensiamo che, al netto della Brexit, rappresenta l’80/85% della popolazione, del territorio e della ricchezza europee. Tutti i veri problemi stanno entro quest’ambito. I rimanenti si risolverebbero per l’effetto di traino che avrebbe una forte integrazione interna e i quattro di Visegrad, con la corona di simpatizzanti dell’est, dovrebbero abbassare alquanto la voce e non avrebbero altra prospettiva che quella di abbandonare progressivamente le loro debolissime monete nazionali. Ha quindi ancora senso parlare di Europa a due velocità, a cerchi concentrici ed altre simili geometrie, come fanno molti anche nel nostro Movimento? E come si potrebbe pensare a coalizioni più ristrette all’interno dell’eurozona, senza il rischio di dividerla? Non è forse divisivo il recente Trattato di Aquisgrana, col quale la Francia fa partita a sé con la Germania e tra l’altro ne sostiene l’aspirazione ad un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu? Il motore franco-tedesco non poteva essere riacceso intensificando i rapporti di collaborazione già formalizzati nel Trattato dell’Eliseo del ’63 e mai sconfessato, senza sbattere in faccia agli alleati un nuovo Trattato bilaterale?

Di questo vorremmo parlassero i candidati al prossimo Parlamento di Strasburgo. Vorremmo soprattutto che Angela Merkel pronunciasse per la prima volta la parola federalismo e che qualcuno le spiegasse il significato mentre sta aspirando alla  leadership europea. Le ricordasse che gli Usa sono nati con la Convenzione di Filadelfia del 1787, ma hanno cominciato ad integrarsi concretamente qualche anno dopo quando Alexander Hamilton volle che il Governo federale si accollasse i debiti contratti dalle colonie durante la guerra d’indipendenza, superando le resistenze di quelle più forti ed in particolare della Virginia che allora faceva la parte della Germania di oggi. Del resto la ormai ex Cancelliera può ricordare da sola che Helmut Kohl al tempo dell’unificazione delle due Germanie pretese che il marco della Germania federale e quello della Repubblica democratica avessero lo stesso valore. Le due monete erano separate da un rapporto di 10 a 1 e dovette vincere la fortissima opposizione della Bundesbank, che aveva una montagna di valide obiezioni a quel pareggio. Sulle ragioni dell’economia e della finanza impose la sua visione ed unì il popolo tedesco, anche se a caro prezzo. Unire i popoli europei è una impresa ancora più grande, ma il coraggio che serve è lo stesso.

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