Il leader turco è in costante ascesa

Con lui dovranno fare i conti in molti, comprese le autorità di Bruxelles

Molti ritengono che per imprimere un nuovo corso alla deludente politica europea serva un leader con una forte personalità e si aspettano che emerga prima o poi. Se hanno ragione, non devono cercarlo solo a Parigi, Londra, Roma, Berlino. Potrebbe trovarsi ad Ankara e potrebbe essere Recep Tayyip Erdogan, politico di lungo corso tanto discusso quanto sottovalutato. Ha trionfato alle recenti elezioni conquistando la maggioranza assoluta dei seggi e mancando di poco la soglia dei consensi necessari per trasformare la Costituzione in un Sultanato personale. I suoi avversari non perdono occasione per rimarcarne i difetti, dipingendolo di volta in volta arrogante, caratteriale presuntuoso, corrotto, spregiudicato, liberticida, pericoloso; per sopramercato anche megalomane, quando ci fanno sapere che si è fatto costruire un enorme palazzo presidenziale con 1.200 stanze appena fuori la capitale. Eppure, li ha sconfitti tutti e si appresta a varare un Governo monocolore senza bisogno dei nazionalisti conservatori dell’Mhp, che hanno perso metà dei deputati (da 80 a 41) attestandosi al 16% dei consensi, né dei repubblicani del Chp fondato da Ataturk fermi al 25%, né tanto meno dell’Hdp filocurdo appena sopra la percentuale minima di rappresentanza parlamentare.

Erdogan raggiunge così il punto più alto della sua irresistibile ascesa politica, cominciata con l’adesione in età giovanile ad una filiazione della Fratellanza musulmana e proseguita nel 2001 con la fondazione dell’Akp. Alla prima elezione politica dell’anno successivo ha ottenuto un consenso del 34% per poi mantenersi su percentuali sempre elevate e prossime al 50%, se si fa eccezione per la flessione del giugno scorso. La recente affermazione non è pertanto occasionale e conferma la sua presa popolare non solo nell’Anatolia agro-pastorale, ma anche nella costa del Mar Nero e nella stessa Istanbul, di cui è stato lungamente Sindaco.

La sua ascesa sembra destinata a consolidarsi nelle relazioni internazionali, col favore della singolare posizione geografica del suo Paese. Agli esordi della sua carriera, la Turchia era solo un baluardo filo occidentale contro il pericolo sovietico ed era stata presto reclutata come membro della Nato. Aveva inoltre acconsentito agli americani di costruirvi due grandi basi militari ai confini sud orientali per le missioni nei tribolati territori mesopotamici, ricevendo in cambio assistenza militare e aiuti economici.

Dopo la fine della guerra fredda, è stato riconsiderato l’intero schema delle alleanze ed Erdogan ha cominciato a guardare ad oriente non meno che ad occidente, senza sentirsi vincolato ad una scelta di parte ed anzi avvertendo questa ambivalenza come strategia di lungo periodo. La sua diplomazia è stata presente lungo tutto l’arco delle primavere arabe e, per fare un esempio, ha sostenuto in Egitto l’elezione alla Presidenza di Mohamed Morsi, anche se non ha saputo difenderlo dal colpo di mano del generale Al Sisi che lo ha sostituito ed imprigionato. In Siria è stato il primo interlocutore di Assad, sollecitandolo in un primo tempo a riforme costituzionali e abbandonandolo in seguito a favore di una transizione e forse di una vera e propria deposizione. Si è poi inserito nel variegato schieramento anti Isis, concedendo agli Usa l’impiego della base di Incirlik per avere in cambio mano libera contro i Curdi, che resta l’unico chiaro e permanente obiettivo della sua politica sia interna che estera.

Conduce quindi un gioco ambiguo, spregiudicato, difficilmente decifrabile se non in una logica di potere, lo stesso che presumibilmente sta per mettere in atto con l’Europa interessata a contenere la pressione migratoria verso i Balcani. Le relazioni con Bruxelles risalgono ancora ai primi anni ’60 attraverso il Trattato di associazione e sono state intensificate nel 1989 con l’Unione doganale, nel 1999 col riconoscimento dello status di Paese candidato e nel 2005 con l’inizio dei negoziati. Questi sono stati portati avanti per qualche anno e sono stati poi insabbiati dalla decisa opposizione di Stati membri come Francia, Austria, Germania, che hanno dato una interpretazione molto rigida ai parametri di Copenaghen. Tuttavia proprio dalla Germania verso fine ottobre è venuto un segnale nuovo, con la clamorosa visita ad Erdogan di una Merkel in affanno dentro e fuori il suo partito per le sorprendenti aperture sull’immigrazione. I due hanno discusso di controllo dei confini, finanziamenti, procedure di adesione, ma niente è sembrato più significativo delle foto che li hanno ripresi su due poltrone di eguale sfarzo nel prestigioso palazzo di Yildiz, antica residenza del Sultano e della sua corte (vedi foto sopra).

Mai l’armamentario di Copenaghen è sembrato tanto inservibile e prossimo a lasciare il campo ad una trattativa sostanzialmente politica. Davanti ad Erdogan, la Cancelliera ha potuto sedersi. L’Unione rischia di finirvi in ginocchio, se non trova la necessaria coesione.