Il 7 febbraio dell’anno appena cominciato è giunta la notizia di una nuova legge approvata dal Knesset, il Parlamento israeliano, riguardo alla regolarizzazione delle colonie su terre private palestinesi in Cisgiordania. Le proteste e i ricorsi però non si sono fatti attendere, in particolare da parte dell’inviato delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente Nicolay Mladenov, che ha definito questa legge come “una grossa linea rossa” verso “l’annessione dei Territori Occupati”. Anche il leader dell’opposizione Isaac Herzog ha più volte contestato l’approvazione di tale provvedimento, ripetendo che ciò avrebbe portato lo Stato di Israele davanti alla Corte Internazionale Penale dell’Aja. Non solo Herzog, ma anche alcuni membri del Governo non hanno visto di buon occhio tale azione, che sarebbe finalizzata a consentire il continuo stabilirsi e sviluppo degli insediamenti, fino ad ora irregolari, israeliani.

Tutto ciò mentre si attendeva l’incontro tra il Premier Netanyahu e il neo- eletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, cercando di capire come si sarebbero evoluti i rapporti tra questi due Paesi. In molti hanno criticato la nomina a Segretario personale di Jared Kushner, il marito di Ivanka Trump, sostenendo che quest’ultimo non sia la persona più indicata per tale incarico: ebreo ortodosso con legami con Israele non sembrava la scelta più adatta. Eppure in molti sperano che sia il genero a quietare l’animo, troppo impulsivo, del neo Presidente degli Stati Uniti, cercando di sfruttare inoltre le proprie conoscenze in Medio Oriente per trovare una nuova soluzione al conflitto, oramai storico, tra Israele e Palestina.

E il 14 febbraio Donald Trump ha incontrato il Premier israeliano Netanyahu, rinnovando così un’alleanza antica, seppure in maniera del tutto nuova. Le parole del Presidente, infatti, hanno fatto il giro del mondo: “I like the one that both parties like. I can live with either one”. Un cambio di rotta notevole per gli USA, che identificavano l’unica soluzione possibile nella creazione di due Stati distinti fin dai tempi della presidenza Clinton. L’America lavorerà ad un grande trattato di pace, cercando di portare sul tavolo delle trattative gli interessi di entrambi gli Stati in questione. Sarebbe ora che Israele arrivasse a compromessi, che “fermasse la costruzione di insediamenti per un po’ ”, questa è l’opinione di Trump, in perfetto accordo con le parole diffuse dalla presidenza di Abu Mazen, che ha aspramente criticato “l’insistenza del governo israeliano nel distruggere l’opzione dei due Sati attraverso la continuazione degli insediamenti” che “porterà a più estremismo e instabilità”.

I due Presidenti si sono mostrati in accordo su numerose tematiche, a partire dalla lotta al terrorismo per arrivare infine all’accordo sull’Iran stipulato da Obama, definito come “uno dei peggiori accordi mai visti”, dando così occasione per chiarire il sempre presente impegno degli USA nell’impedire la creazione di un’arma nucleare.

Non sono passate inosservate, inoltre, le allusioni ad una conoscenza di lunga data tra il Presidente degli Stati Uniti e il leader israeliano, volte anche a smentire le accuse di antisemitismo di cui Trump era stato tacciato durante la campagna elettorale.

In definitiva questo incontro è stato a lungo atteso ed è stato definito come fondamentale per cercare di capire che tipo di politica estera porrà in essere Trump da questo momento in poi. Si è parlato a lungo di una volontà di completa rottura con le decisioni prese dal suo predecessore, Obama, a volte enfatizzate, a volte smentite dalle varie testate giornalistiche a seconda del livello di “gradimento” riscosso dal Presidente.

Lo scalpore provocato dall’annuncio della costruzione del muro con il Messico, ad esempio, ha fatto ricordare come in realtà quel muro sia già esistente e come una grossa parte di esso sia già stata costruita sotto le amministrazioni Clinton e Obama. E il tanto chiacchierato “muslim ban”? Che ne sarà di questo atto? E come cambierà gli equilibri, già precari, del Medio Oriente?

È una domanda che in tanti si sono posti o si stanno ponendo e a cui non è semplice dare una risposta univoca. In molti si stanno opponendo ad esso, definendo l’atto come discriminatorio e attendendo che esso scateni ancora di più la radicalizzazione e l’astio dei musulmani contro gli Stati Uniti.

In definitiva quella di Trump non può essere definita come una politica di accoglienza, bensì di chiusura e di protezione degli interessi nazionali. Ciò non stupisce affatto se si pensa che le parole usate durante la campagna elettorale come motto sono state “America first” e “make America great again” e dunque pare alquanto superfluo stupirsi di ciò che sta accadendo adesso e della piega che hanno preso gli eventi.

Trump ha più volte ribadito di non voler più fare del suo Paese lo sceriffo del mondo e anche auspicare una soluzione pacifica ad uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi del Medio Oriente sembra voler confermare tale linea.

Il neo- eletto Presidente americano ha già iniziato a cambiare il mondo che lo circonda e non cesserà di farlo anche nei prossimi tempi, facendo sue, seppure in modo del tutto originale, le parole di Gandhi: “sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.