“Saturno che divora i suoi figli” è uno dei quadri più celebri e rappresentativi del periodo nero di Goya. In Italia assistiamo ad una scena meno cruenta, ma altrettanto macabra: stiamo invecchiando molto male. La questione generazionale dovrebbe essere il punto numero uno sull’agenda politica del paese, ma non ne discutiamo affatto. Quando è uscito Né sfruttati né bamboccioni, di Francesco Cancellato, ho quindi colto l’occasione e mi sono fiondato subito in libreria per scoprire cosa ne pensasse il direttore de Linkiesta. Dalle cento pagine del saggio emerge un quadro piuttosto fosco, dai colori simili al “Saturno” di Goya; qui di seguito vi propongo i principali spunti che mi ha lasciato.

Il generation gap è uno fra i più grandi tabù della società italiana. I media non ne parlano affatto, nonostante ci sia uno sforzo da parte della stampa specializzata – cito i recentissimi Il Paese dei disuguali di Dario Di Vico e La maestra e la camorrista di Federico Fubini, che discute l’immobilismo asfittico del sistema-Italia. Nel 2006, Tito Boeri e Vincenzo Galasso pubblicavano il quasi profetico Contro i giovani, in cui denunciavano “come l’Italia sta tradendo le nuove generazioni”. È curioso vedere come, a distanza di 12 anni, le problematiche sollevate dai due autori sono ancora estremamente valide e in parte coincidono con quelle proposte da Cancellato.

Prima di tutto, è necessario chiarire che viviamo nell’era dei giovani. In tutto il mondo, essere nativi digitali è un grosso vantaggio quando si affronta il mercato del lavoro, perché si è più pronti al cambiamento. Mai come oggi si richiede flessibilità – dote che un ventenne probabilmente possiede in misura maggiore di un cinquantenne. L’Italia, invece, funziona al contrario: essere giovani è uno svantaggio. Quando ho fatto il colloquio per uno stage da business analyst in H-Farm, fra i principali incubatori di start-up in Italia, mi sono sentito dire che sono “troppo giovane”. Per me è stata una mattonata; non tanto per il lavoro in sé, ma piuttosto perché c’è qualche ingranaggio inceppato se un ragazzo di ventidue anni è “troppo giovane” per i parametri di un’azienda che mastica e produce innovazione ogni giorno. La mia personale esperienza, ahimè, è solo la punta di un iceberg di cui si fatica a vedere il fondo. Posso citare gli ormai tristemente noti dati sulla gioventù inattiva (20%) e sulla disoccupazione giovanile (38%).

Cosa provoca questo divario così profondo? Chiaramente, i fattori in gioco sono molteplici. Comincio dall’istruzione superiore, che ha smesso di essere un mezzo di elevazione sociale. Come evidenzia anche Fubini ne La maestra e la camorrista, i figli di operai fanno il professionale, i figli di laureati fanno l’università, etc. Solo il 18% della popolazione italiana è laureata, contro il 37% della media OCSE. L’università non tira, perché gli stipendi sono miseri e sul mondo del lavoro non si applicano i saperi appresi negli anni di studio (il 35% degli occupati lavora in un settore non correlato ai propri studi). Come se non bastasse, il 31% degli emigrati italiani sono laureati; in altre parole, formiamo cervelli che poi non siamo in grado di mantenere, vuoi per condizioni economiche più favorevoli all’estero o un diffuso “nonnismo” all’interno delle aziende italiane. A peggiorare il quadro si inserisce l’idea che la cultura, per essere tale, dev’essere inutile. L’istruzione di qualsiasi livello si è quindi totalmente scollegata dal mondo del lavoro, perdendo contatto con il mondo reale. Che ben vengano, quindi, le recenti introduzioni di competence center, Istituti Tecnici Superiori e alternanza scuola-lavoro.

Passiamo poi al tema pensioni, altro argomento spinoso. Cancellato snocciola qualche altro dato interessante: il 33% della spesa statale è data dalle pensioni, che costituiscono il 62% delle risorse destinate alla protezione sociale. Ciò comporta che rinunciamo ad altri tipi di sostegno di cui forse avremmo più bisogno, come le integrazioni alle famiglie o agli studenti universitari. Il dibattito italiano non verte però sulla riduzione della spesa pensionistica, bensì sulla cancellazione della Legge Fornero, che ha salvato il nostro sistema previdenziale. Ancora più grave è che i partiti che più hanno spinto su questi temi (M5S e Lega) hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei voti alle scorse elezioni.

A questo punto si innesta la terza problematica sollevata da Cancellato, che è la crisi demografica attualmente in atto nel nostro paese. Le madri italiane hanno una media di 1.34 figli per donna, mentre le madri straniere sono ferme a 1.97. In entrambi i casi siamo sotto alla soglia di sostituzione: di questo passo, siamo destinati a decrescere. L’unica opzione è accogliere l’immigrazione, ma abbiamo visto che la maggioranza della popolazione non la vede come una possibilità percorribile. Il rischio è quello di ripetere quello che io chiamo “suicidio nipponico”: in Giappone, pur di fronte ad un invecchiamento simile al nostro, si sono chiusi totalmente i confini. L’immigrazione è centellinata, per cui i giapponesi saranno destinati a rimanere sempre meno. Le conseguenze sono tante: meno giovani significa meno lavoratori; meno lavoratori significa meno tasse; al contempo, però, gli anziani aumentano ed avrebbero diritto alla loro pensione. Si crea così un cortocircuito che rischia di mandarci tutti all’aria. Politicamente, l’incremento della percentuale di anziani nella popolazione rende sempre più difficile il taglio delle pensioni e dei diritti acquisiti da parte degli over 60. Come vedete, la situazione è davvero complessa.

Cancellato non si limita però a descrivere i problemi dell’Italia, ma propone anche alcune soluzioni, strutturate su quattro battaglie da vincere. Primo, si deve investire di più sull’istruzione, sia a livello statale che a livello familiare; secondo, le imprese devono diventare veramente digitali e devono imparare ad accogliere i giovani fra le proprie mura; terzo, il sistema-paese e la politica devono dimostrarsi aperti all’innovazione più di quanto già non facciano (vedasi Piano Calenda); quarto, il welfare va totalmente ripensato, abbassando l’incidenza delle pensioni in favore di misure a sostegno dei giovani (natalità, borse di studio, etc.).

Riuscirà l’Italia a sconfiggere il gattopardismo che la rende famosa in tutto il mondo? Se non ci riusciremo, il rischio concreto è quello di vedere uno scontro generazionale – una sorta di Crono al contrario, dove i figli divorano i genitori. È importante aprire un dibattito pubblico serio su questi temi, perché il tempo stringe e i cervelli scappano.