Nel suo recente “Ordine Mondiale” il grande diplomatico traccia un quadro internazionale instabile e carico di rischi. L’Europa non ha ancora la maturità per esercitare un proprio ruolo

Qual è il numero di telefono dell’Europa? E’ la domanda che ha reso popolare Henry Kissinger al di fuori degli ambienti diplomatici, ancor oggi ripetuta dai media quando vogliono far notare l’incompletezza della costruzione europea. In una recente intervista, l’interessato ha detto di averla fatta negli anni ’70 quando era Segretario di Stato Usa, precisando tuttavia di averla ripresa dal Ministro degli Esteri irlandese del tempo, che l’avrebbe formulata per primo e potrebbe vantarne il copyright. L’espressione non aveva pertanto alcun intento denigratorio e corrispondeva ad un diffuso disagio nel relazionarsi con le autorità di Bruxelles, a causa dell’incerto profilo dell’esperimento comunitario. Venendo all’attualità, ha aggiunto che se esistesse un numero telefonico e venisse usato, la risposta non sarebbe molto chiara perché l’Europa ha la capacità di diventare una superpotenza, ma non ha né l’organizzazione né l’idea per fare questo passo. E’ la sfida, che ha di fronte.

Nato in Germania nel 1923 da una famiglia di origini ebraiche, ha dovuto trasferirsi negli Usa nel periodo delle persecuzioni razziali e qui ha cominciato la sua straordinaria carriera prima in ambito accademico, poi in quello diplomatico. Ha ricoperto la carica di Segretario di Stato nelle amministrazioni Nixon e Ford e per questo ancor oggi viene considerato uomo di destra e guerrafondaio, cui vengono attribuite tra l’altro torbide responsabilità nella ascesa al potere di Pinochet in Cile. Ma è stato anche consigliere di Kennedy e Johnson e ha firmato nei primi anni ’70 gli Accordi di Parigi, che avrebbero posto fine alla guerra del Vietnam nonostante il diverso orientamento di parte consistente della classe politica americana. Nei medesimi anni, nel pieno dell’egemonia repubblicana, ha avviato il processo di distensione con la Cina di Mao reso celebre dagli incontri di “ping pong” ed è stato tra i protagonisti della Conferenza di Helsinki, arrestando l’escalation della guerra fredda con il fondamentale contributo dei Paesi europei. Un diplomatico quindi fuori dagli schemi, sfaccettato, con le inevitabili ambiguità del ruolo ed una sua visione storica, che lo ha sempre accompagnato nell’esercizio del potere.

Nelle sue prime pubblicazioni si è occupato dei principali Trattati internazionali e dei diplomatici che vi hanno lasciato l’impronta, dimostrando particolare ammirazione per Metternich protagonista del Congresso di Vienna e della restaurazione dopo la tempesta napoleonica. Nel suo recente “Ordine Mondiale”, lo ricorda ma mette al centro la Pace di Vestfalia del 1648, cui ritiene sia utile guardare nell’attuale confuso quadro internazionale. Nelle città di Munster e Osnabruck, in cui si riunirono le componenti cattoliche e protestanti, non emersero protagonisti e tutti concordarono sulla opportunità di porre fine ai conflitti attraverso un equilibrio di potenze. Svezia e Olanda di recente formazione furono considerate alla stregua di Francia e Austria e sul piano protocollare il principio di parità si spinse al punto che ogni delegazione poteva entrare nella sede dei negoziati da una porta dedicata, per evitare imbarazzi nell’ordine di arrivo.

Quel principio di equilibrio senza egemonie è opportuno che torni oggi a caratterizzare le relazioni internazionali, se teniamo conto di alcune differenze. Anzitutto è cambiato il concetto di ordine, come principio superiore nel quale ognuno possa riconoscersi senza tradire la propria identità storica e culturale. Allora rispondeva alla necessità di dire basta ad una guerra devastante non solo per le carneficine e i lutti, ma anche per le epidemie e le carestie che avevano messo in ginocchio tutti i territori. Oggi l’ordine è una nozione mutevole e nei diversi contesti trova letture molto lontane. In occidente ha i suoi fondamentali nella laicità dello Stato, nei principi di rappresentatività, partecipazione, parità di genere, pluralismo culturale, ma non altrettanto avviene in altre parti del mondo dove tra l’altro la religione, pure strumentalizzata, continua ad essere fonte di conflitti e può portarci indietro di qualche secolo.

In secondo luogo, gli Stati nati a Westfalia si sono molto indeboliti e stanno lasciando spazio a raggruppamenti per aree regionali, ognuna delle quali dovrà guardare al suo interno e valutare poi quali rapporti intrattenere con le altre. Questo processo è spinto dalla globalizzazione dell’economia e della finanza, ma non è chiaro quale potrà essere il suo esito sul piano della politica dove spesso prevale la dimensione nazionale. Questo limite è particolarmente evidente in Europa, che pure rappresenta una esperienza avanzata di integrazione. La moneta unica ha prodotto un grado di coesione che non si era più visto dai tempi di Carlo Magno, ma nello stesso tempo l’unificazione della Germania ha violato i principi di equilibrio consacrati a Vestfalia, producendo una egemonia sostenuta da capacità produttive, tecnologiche, commerciali. Fatto questo non esecrabile, se si tien conto che in Europa le aggregazioni sono avvenute per impulso di un Paese dominante – la Prussia in Germania, il Piemonte in Italia – mentre è difficile che metodi puramente amministrativi come il trasferimento di competenze possano portare a risultati decisivi. Al suo interno, l’Europa deve ora risolvere molte contraddizioni e valutare quante diversità possa sopportare nel processo di integrazione; all’esterno, deve decidere le sue alleanze, in primis la sua posizione nel patto atlantico cui devono essere interessati anche gli Usa per non restare in un vuoto geo – politico al largo di due oceani.

Proprio gli Usa sono il riferimento costante nelle analisi relative al Medio Oriente, all’Iran, all’Asia, alla Cina. In un mondo così variegato ed instabile, non si può aspettare che tutti raggiungano la stessa maturità politica per un nuovo ordine su principi condivisi. Dopo l’implosione dell’Impero sovietico, le relazioni internazionali vengono condotte su base multilaterale, ma non più di tanto. Gli Usa sanno di non avere più lo strapotere di un tempo, ma un ordine mondiale senza una loro pure attenuata egemonia non è alle porte.