La campagna elettorale è il momento in cui i partiti presentano ai propri elettori il programma che intendono portare avanti una volta in parlamento. Quella che dovrebbe essere una banalità, in Italia sembra non lo sia. Leggendo le dichiarazioni dei vari leader politici, per qualcuno atterrato da Marte dopo decenni di assenza sembrerebbe che l’Italia sia in piena ed esplosiva crescita economica. Tutti promettono tagli (chi più chi meno) alle tasse, c’è chi propone di abbassare l’età pensionabile e aumentarne l’ammontare, chi ancora vuole creare redditi per particolari categorie o bonus vari, il tutto con coperture inesistenti o quasi.

Ma la realtà italiana è ben diversa. Si sono dimenticati i vari candidati premier che il paese ha un debito pubblico ormai al 133% del PIL, che costa ogni anno decine di miliardi in interessi? Cosa pensano del fatto che la crescita economica sia la più bassa dell’eurozona e non sia affatto sufficiente a sostenere una eccessiva spesa in deficit? Se però le proposte sono così assurde o per lo meno fuori luogo, forse bisognerebbe domandarsi come mai vengano fatte. Il problema è la classe dirigente o la cultura politica di chi li vota?

Probabilmente la risposta corretta è che lo sono entrambe, ma se la prima viene analizzata a fondo, sulla seconda non si spende mai parola. Che cosa si aspetta un cittadino dallo Stato e dai politici che lo guidano? La risposta è semplice e la si può ritrovare nelle promesse elettorali: stipendi più alti, meno tasse, più assistenzialismo, meno accoglienza. Al cosiddetto italiano medio interessa soprattutto che il Paese si prenda cura del cittadino. Concetti come il bene della comunità sono praticamente inesistenti o limitati alla categoria di appartenenza. I conti pubblici non sono una reale preoccupazione dell’uomo comune, che non è davvero disposto a perdere privilegi acquisiti ed anzi ne anela di nuovi, pretendendo che a farne le spese siano gli altri.

Si pensi ad esempio al tira e molla tra Flixbus e le compagnie di bus italiane, simile anche a quella tra Uber e i tassisti, oppure ancora le difficoltà nell’effettuare tagli alle pensioni o a chiudere enti inutili e costosi o la incredibilmente diffusa evasione fiscale o per finire il persistere di cricche e gruppi sociali in cui il merito è secondo ad accordi e parentele. Risulta più facile incolpare della situazione gruppi sociali diversi, come gli immigrati, i politici stessi, i banchieri, i “professoroni”, i “tecnocrati” di Bruxelles. Non esiste un senso di responsabilità dell’individuo. Se uccidi un ladro che sta scappando, la colpa è dello Stato che non ti protegge; se evadi le tasse, la colpa è dello Stato che mangia tutto e basta; se sei razzista, la colpa è dello Stato che favorisce l’immigrazione clandestina. Non importa se ciò sia vero o meno, basta che il colpevole non sia tu. Lo Stato esiste ad un unico scopo: dare senza prendere. E se deve prendere, lo deve fare agli altri, in un gioco in cui nessuno vuole perdere ed alla fine ci rimettono i più deboli.

Purtroppo, questa campagna elettorale si sta giocando e si giocherà ancora su questo: zero proposte di riforma che intacchino i privilegi, gli sprechi e le spese a favore di bonus, fantasie e deficit. Perché alla fine, l’italiano è contento così.