La Cina ha lanciato un grandioso programma di collaborazione economica con l’Europa, tracciando una nuova via della seta. Ma il Parlamento di Strasburgo l’ha accusata di pratiche commerciali scorrette e le ha negato lo status di economia di mercato. Le trattative non saranno semplici, anche perché interferiscono con il Ttip degli Usa.

E’ passato inosservato il viaggio in Europa all’inizio di ottobre di Liu Yunshan, membro del Politburo comunista cinese e personaggio di rango della gerarchia della Repubblica popolare. E’ stato prima in Grecia e poi in Ungheria per incontrare i leader nazionali ed illustrare loro le opportunità di sviluppo del grandioso programma “One belt, one road” o “Nuova via della seta”, fondato sul potenziamento delle infrastrutture terrestri e marittime nello spazio euroasiatico. Solo pochi media ne hanno dato notizia senza peraltro soffermarsi sulla stranezza di un leader, che si limita a lambire la periferia orientale dell’Europa e non si fa vedere nelle sue maggiori capitali e meno ancora a Bruxelles.
Non possiamo conoscere i motivi di un tale comportamento, ma un’ipotesi possiamo farla. Sappiamo che da diverso tempo potenti gruppi finanziari cinesi fanno shopping da noi comperando un po’ di tutto, dalle aziende industriali alle squadre di calcio. Nel primo semestre di quest’anno i fondi cinesi hanno speso in Europa 70 miliardi di dollari, intensificando la corsa agli acquisti che a livello planetario nello stesso periodo ha raggiunto i 120 miliardi superando la cifra dell’intero 2015 e triplicando quella del 2014. In Italia, secondo i dati del China Center dell’Università di Macerata aggiornati al 2015, la finanza cinese ha messo piede in 417 imprese con un investimento complessivo di 20 miliardi di dollari, un giro d’affari di 12 miliardi di euro/anno ed un’occupazione di 22 mila addetti.
Lo shopping non trova ostacoli e in caso di crisi aziendali è addirittura benvenuto, anche se crea dipendenza e sposta altrove i centri decisionali. Il recente clamoroso acquisto della Pirelli da parte del gruppo ChemChina non ha suscitato opposizioni e nemmeno il Governo in carica ha avuto qualcosa da dire, come succede in altri Paesi. In analoghe esperienze, Francia e Germania hanno talvolta cercato di porre condizioni o di limitare l’intervento ad una partecipazione di minoranza, ma l’acquisto azionario in linea generale è considerato nell’ordine delle cose. Del resto sarebbe sorprendente il contrario, dato che nel business globale i capitali si muovono in tutte le direzioni ignorando ogni confine e nell’Unione sono favoriti dal principio di libertà di circolazione.
Le resistenze riguardano l’aggressione commerciale in condizioni di dumping e a buon diritto. La Cina produce più di quanto il mercato interno possa assorbire ed esporta vari beni a prezzi inferiori a quelli di mercato, rimborsando le aziende. Esemplare è il caso della siderurgia, che è stata al centro della discussione svoltasi il maggio scorso al Parlamento europeo dove una larga maggioranza ha approvato una risoluzione contro la concessione alla Cina dello status di economia di mercato. Anche se è solo un parere non vincolante, è comunque una raccomandazione molto chiara alla Commissione ed al Consiglio, cui spetterà la decisione finale. Secondo stime correnti, se venissero soppressi i dazi antidumping, sarebbero a repentaglio oltre 2 milioni di posti di lavoro e almeno 400 mila in Italia, non solo nella siderurgia ma anche in altri settori nevralgici come la meccanica, la ceramica, l’industria della carta spesso ad alta concentrazione territoriale.
Le reazioni della Cina non si sono fatte attendere. Ha ricordato che nel 2001 non avrebbe potuto entrare nel Wto, se non avesse rispettato già allora le regole dell’economia di mercato e che è ingiusto dar la colpa ai propri esportatori se la domanda mondiale ristagna. Negare lo status di economia di mercato adesso è pertanto privo di senso e obbedisce a logiche protezionistiche contrarie agli stessi principi fondanti dell’Unione.
Ne è nato un contenzioso, apparentemente superabile. E’ la stessa risoluzione parlamentare ad indicare una via d’uscita, dove prevede che nelle inchieste antidumping e antisovvenzioni debba essere adottata una metodologia non standard ed invita la Commissione a presentare proposte in merito. Si è già capito che la lista dei Paesi ad economia non di mercato verrà ignorata e verranno fatte valutazioni caso per caso in apposite trattative. Con la Cina sono già iniziate, in un clima rasserenato dall’ultimo G20 tenutosi a Hangzhou i primi di settembre, dove vari leader si sono spesi a favore di politiche economiche inclusive.
La visita di Liu Yunshan il mese dopo non è quindi uno sgarbo diplomatico, ma solo una tappa di avvicinamento al nostro mercato, a significare anche che in assenza di un accordo comunitario la Cina potrebbe intrattenere rapporti con i singoli Paesi  cominciando da quelli più a est. Un avvertimento tattico quindi, probabilmente senza conseguenze per i vertici bilaterali giunti l’estate scorsa al loro 18° round. Entrambe le parti hanno interesse a trovare un accordo. L’Europa soffre di una domanda interna troppo debole e troverebbe benefici stimoli raccordandosi ad un grande mercato come quello cinese. A sua volta la Cina deve trovare alternative al mercato americano e attenuare la sua rischiosa condizione di creditore principale del Tesoro Usa, intensificando le relazioni con l’area euro. Proprio gli Usa hanno in itinere con l’Europa l’intesa commerciale del Ttip, che dovranno rilanciare per trattenere il vecchio continente nell’area atlantica ed evitare slittamenti verso est sotto l’influenza di Eurasia. Tra i due giganti in competizione, l’Unione ha oggi la storica opportunità di riservare per sè uno spazio politico originale, se saprà riconoscersi in una sola voce e trovare interpreti in grado di farla sentire.