La crisi è davvero finita?
Questa la domanda al centro del 9° Ufficio del dibattito regionale

 

Da diversi mesi sentiamo dire che la nostra economia si sta riprendendo e che il peggio è passato. Lo hanno certificato i dati Istat relativi al 1° semestre 2017 e lo stanno affermando con qualche cautela economisti, imprenditori, banchieri, responsabili politici e sindacali.

Molti si domandano però se sia tutto vero e lo ha fatto anche il nostro Movimento, organizzando domenica 29 ottobre presso la Comunità degli Stimmatini sulle colline di Sezano vicino a Verona il 9° Ufficio del Dibattito, il tradizionale appuntamento culturale tra gli iscritti del Veneto. Dopo l’introduzione di Pierangelo Cangialosi, nuovo responsabile dell’Ufficio, ha preso la parola Riccardo Fiorentini, docente di Economia all’Università di Verona e direttore del polo scientifico-didattico “Studi sull’impresa”.

Con una serie di efficaci grafici, ha fatto vedere l’andamento dei principali indicatori economici e sostenuto che i segni di crescita ci sono davvero ma le cause della recessione cominciata nel 2008 sono tuttora presenti. Nel decennio che ci precede il Pil è sceso del 7% e la strada per recuperare questa caduta è ancora lunga, soprattutto in Italia dove il Pil pro capite è sotto la soglia del 1999 ed è il più basso dell’area centro europea. La disoccupazione è ancora elevata e si salva la sola Germania, che ha adottato politiche di compressione dei salari mantenendo una produttività sostanzialmente invariata. Sempre la Germania fa eccezione nel quadro del debito pubblico, avendo puntato su un persistente surplus commerciale che le ha permesso di tenere in ordine il proprio bilancio, danneggiando le altre economie. Ma in tutti gli altri Paesi il debito pubblico è rilevante e deve la propria causa non solo a inefficienze interne, ma soprattutto ai salvataggi delle banche private. Fino al 2007 il debito calava, mentre negli anni successivi è esploso ed è stato innescato proprio dalle crisi della finanza privata, a partire dalle banche irlandesi. Ne sono seguite politiche di austerità che hanno depresso l’economia reale in un circolo vizioso tuttora non risolto. Servirebbero politiche di stimolo della domanda e degli investimenti, accanto alla volontà di completare l’unione bancaria e approfondire l’integrazione politica.

Ha concordato pienamente con questa analisi Alberto Majocchi, secondo relatore e figura di spicco del nostro Movimento: già Segretario nazionale, Ordinario di Scienza delle Finanze all’Università di Pavia e visiting Professor in numerose Università europee, tra cui Cambridge e Lovanio. Ha ribadito che la crisi è nata dal debito privato, non da quello pubblico, e che le politiche di austerità deprimono la domanda, compromettendo la vera crescita. Ci sono certamente problemi di risanamento, di controllo della spesa e degli sprechi, ma questi vanno affrontati a livello nazionale mentre a livello europeo bisogna pensare a politiche di sviluppo. Austerità nazionale e sviluppo europeo, sosteneva Tommaso Padoa Schioppa ed il suo insegnamento è più che mai attuale.

Resta poi da vedere se la ripresa economica possa generare anche una ripresa dell’occupazione. Un tempo succedeva, le imprese aumentavano la produzione, assumevano dipendenti, crescevano le professioni ed il lavoro autonomo, si creavano nuove risorse anche per il welfare. Oggi non è più così. Abbiamo un tipo di sviluppo labour saving, stanno sparendo vecchi settori produttivi e quelli nuovi sono selettivi, richiedono alte professionalità, conoscenze sofisticate, tecnologie avanzate. Molti prodotti che un tempo impiegavano braccia adesso sono montati dai robot ed è in corso un processo irreversibile di sostituzione delle macchine all’uomo. E’ già successo nella storia, ma ora si presenta in modo accelerato e globale. In questa parte della sua relazione, Majocchi ha ripreso le tesi di un suo recente libro (Un piano per l’Europa, di cui abbiamo dato conto su queste pagine http://www.eurovicenza.eu/alberto-majocchi-a-forgiareidee/) e le ha riassunte ricordando un  breve ed illuminante saggio di Keynes pubblicato negli anni ’30. Mentre infuriava la più grave crisi del secolo, l’economista inglese ha avuto la lucidità ed il coraggio di sostenere che le tecnologie ci avrebbero liberato dalla schiavitù del lavoro e che in prospettiva sarebbe stato sufficiente lavorare non più di tre ore al giorno e quindici la settimana, distribuendo la fatica fra molti. Oggi siamo nel bel mezzo di questa mutazione, che porterà importanti conseguenze non solo sull’organizzazione del lavoro, ma anche sullo stile di vita e sullo stesso piano culturale. Dobbiamo acquisirne consapevolezza e dare il giusto valore ad attività finora ritenute accessorie, come quelle di impegno civile e di solidarietà sociale coltivate da molte Associazioni, Cooperative, Fondazioni, dai soggetti del Terzo settore in generale.

Il dibattito che ne è conseguito ha portato l’attenzione su un ampio spettro di temi. Non sono mancati riferimenti a Emmanuel Macron e ad Angela Merkel, assieme alle prospettive che potranno derivare dal nuovo asse Parigi – Berlino. Molto dipenderà dalla composizione politica del prossimo Governo tedesco e dall’apporto che altri Paesi sapranno dare all’integrazione europea in questa fase di elevata incertezza. Italia compresa.