A dispetto del suo lungo litorale, la Croazia non si considera un Paese mediterraneo. E’ membro dell’Unione, ma guarda ad est e vede in quella direzione le sue  prospettive più interessanti

 Sui migranti l’Italia ha iniziato una trattativa, che si preannuncia lunga e parecchio polemica. Ha contro i Paesi del nord Europa, ma non ha nemmeno il favore di quelli che al par suo sono bagnati dal Mediterraneo. Eccezion fatta forse per la Grecia, gli altri sono tutti ostili. Malta è una spina nel fianco, per quanto minuscola. La Spagna ha fatto capire di aver già dato accogliendo la nave Aquarius e di non voler discostarsi di molto dalla linea dura del precedente Governo. Lo stesso  ha fatto la Francia, che ha collaborato a risolvere questa emergenza ma ha dato ampie dimostrazioni di chiusura a Ventimiglia e a Bardonecchia.

E la Croazia? A dispetto del suo lungo litorale e dei numerosi porti, non si considera un Paese mediterraneo. Per averne un segno, basta guardare alla posizione che ha assunto lo scorso dicembre ai lavori dell’Onu sul caso Gerusalemme. Donald Trump aveva annunciato ai giornalisti convocati alla Casa Bianca che era ora di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e che l’Ambasciata americana avrebbe lasciato Tel Aviv per insediarsi nella città contesa con i palestinesi di Mahmond Abbas. L’annuncio obbediva ad esigenze di politica interna e teneva fede ad una delle tante promesse della campagna elettorale, non avendo in quel momento alcuna motivazione internazionale. La mossa era sembrata del tutto estemporanea ed aveva suscitato vaste reazioni culminate nella convocazione dell’Assemblea generale del palazzo di vetro qualche settimana dopo. In questa sede, Trump subiva una Waterloo diplomatica e doveva incassare un documento di condanna approvato con 128 voti favorevoli e solo 9 contrari raccolti tra Stati come Togo, Micronesia, Honduras, Guatemala ed altri del medesimo spessore. Tra i 35 astenuti, non sono passate inosservate la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Polonia e appunto la Croazia, tutti membri di data recente dell’Unione europea, che per il resto ha votato compatta contro Washington. In tale occasione la Croazia si è unita alla cintura dei Paesi dell’est da tempo in dissenso con le politiche di Bruxelles, manifestando la disponibilità ad unirsi formalmente al patto di Visegrad.

Alla base di tale comportamento si possono vedere anzitutto ragioni di carattere storico, cui possiamo fare un cenno con l’aiuto di un denso libretto di Joze Pirjevec, professore emerito di storia contemporanea all’Università di Padova (Serbi, Croati, Sloveni – Il Mulino 2015). La Croazia è nata all’inizio del VII secolo, quando tribù slave provenienti dalle pianure transcarpatiche si sono insediate fra le odierne Zara e Spalato trovandovi popolazioni romanizzate di etnia illiro – celtica, con le quali si sono progressivamente amalgamate grazie alla cristianizzazione. Fin dall’inizio, ha dovuto fare i conti con la linea di demarcazione fra l’Impero d’Occidente e l’Impero d’Oriente precedente di un paio di secoli, che ha segnato una cesura culturale, religiosa e amministrativa con i Serbi insediati appena oltre. A partire dall’XI secolo, ha spostato il suo asse politico verso le regioni dell’Europa centrale e ha stretto legami perfino parentali con le famiglie reali d’Ungheria e successivamente con gli Asburgo, anche se non vanno dimenticate le influenze della Russia, della Francia e, limitatamente alle città costiere, della Serenissima.

Vi sono poi ragioni di carattere politico. Una volta conquistata l’indipendenza, la Croazia ha cercato una prospettiva di sviluppo e sulla scia della Slovenia ha aderito nel 2013 all’Unione europea, confidando nell’apertura dei mercati ed in aiuti finanziari. Tuttavia ha ottenuto risultati molto inferiori alle aspettative. Continua ad avere una economia debole e a soffrire di un calo demografico, che è in linea con la media comunitaria ma si fa molto sentire su una popolazione di appena 4 milioni di abitanti. I benefici dello sviluppo turistico delle coste non raggiungono le zone interne verso la Drava ed il Danubio, che comprendono due terzi del suo territorio e sono ancora in condizioni di grave arretratezza.

Oggi la Croazia non intende essere mera destinataria di idee e progetti di Bruxelles e guarda ai Paesi dell’est anch’essi in cerca di un proprio ruolo internazionale. Assieme a questi ed in particolare alla Polonia sostiene il Trimarium, un progetto di cooperazione infrastrutturale che cerca di abbracciare Baltico, Adriatico e Mar Nero. Non a caso, il primo vertice si è tenuto a  Dubrovnik nell’agosto 2016 ed il secondo a Varsavia nel luglio 2017, in concomitanza con la visita di Donald Trump, che proprio nella piazza principale della capitale polacca ha tenuto un infuocato discorso contro le ambizioni espansionistiche di Vladimir Putin.

La cooperazione è alle sue fasi iniziali, ma è già ben caratterizzata in termini geo politici. Punta allo sviluppo di reti di trasporto comuni ed ha il suo asse portante in un gasdotto, che dovrebbe collegare l’esistente terminale di Swinoujscie sulla costa polacca con quello pianificato nell’isola croata di Krk nell’Adriatico settentrionale. E’ un progetto competitivo con il North Stream, che parte dalla base russa di Vyborg, si inabissa nel Mar Baltico per bypassare la Polonia e raggiunge la Germania, innestandosi nella rete continentale. Per la dipendenza dalle società di Mosca, il progetto ora in fase di raddoppio è fortemente osteggiato dagli americani, che vedono con favore il nuovo corridoio croato – polacco e ne auspicano addirittura la prosecuzione verso la Grecia e Cipro fino a raggiungere Israele, connettendola all’Europa.

La Croazia è un piccolo Paese, che sta partecipando ad un grande gioco. Ha ormai un peso specifico superiore a quello che all’interno dell’Ue si misura con i parametri dell’economia e della demografia e lo metterà sul tavolo quando arriveranno al dunque le trattative per l’adesione di Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Albania, Kosovo, Macedonia, da tempo in lista d’attesa. Per noi, un vicino di casa meritevole di un’attenzione maggiore di quella che siamo stati finora disposti a prestargli.