Partiamo da un presupposto fondamentale: lo svolgimento di elezioni non fa di un regime un sistema politico democratico, nemmeno se queste sono libere, corrette e ricorrenti. Questo perché la liberaldemocrazia di massa, ovvero il modello democratico contemporaneo occidentale, è basato su un sistema di valori e garanzie, difesi da una carta costituzionale o da un insieme di leggi fondamentali, che stanno alla base della vita democratica. Insomma, la democrazia non è come il pranzo di Natale con i parenti, dove si è tutti sorrisi, complimenti e regali un giorno l’anno e poi giù di coltellate alla schiena per i restanti 364, ma va invece difesa nei suoi valori e nelle sue istituzioni ogni giorno. Vi è quindi un tipo di regime intermedio tra quello autoritario e quello democratico, che i politologi chiamano democrazia illiberale. Questo tipo di modello negli ultimi anni è stato seguito sempre di più dagli stati, specie in Europa Orientale, dove le libertà civili sono un obiettivo raggiunto recentemente e non ancora del tutto assorbite nella cultura politica. L’Ungheria di Orbán e recentemente la Polonia di Szydło sono esempi lampanti e relativamente vicini a noi. Entrambi questi stati sono membri UE e ci mostrano i pericoli di dar per scontata la democrazia ed i suoi valori. Nell’epoca della post-verità, dove partiti diffondono notizie false, cercano di scambiare la sicurezza con le libertà civili, esaltano la figura dell’uomo forte e prendono a modelli autoritarismi come quello russo, il popolo deve saper difendere se stesso da questa visione fallace. La risposta ai problemi italiani ed europei non è svendere le conquiste ottenute con secoli di lotte, non è egoisticamente pensare solo a se stessi, non è delegittimare le istituzioni statali ed europee. Bisogna però dare un’alternativa. Quello di cui l’UE necessita è dimostrare che le soluzioni si possono e devono trovare nella solidarietà, nella collaborazione e nel rispetto dell’individuo e dei suoi diritti. Le recenti elezioni olandesi hanno dimostrato che i popoli hanno ancora voglia di Europa. Tuttavia, la classe dirigente non può continuare a dare per scontato che qualunque cosa succeda, gli elettori continueranno a votare contro i populismi perché “chiaramente” fallaci. Il corpo elettorale non è razionale, specie le fasce più povere e meno istruite o quelle più danneggiate dalla globalizzazione: segue i suoi umori, le proprie emozioni e l’onda del momento. La Brexit e Trump lo hanno già mostrato: bisogna reagire. È finito il tempo in cui si può star fermi aspettando momenti migliori. Sia l’Unione che la democrazia come la conosciamo sono sempre più a rischio e i governi d’Europa, nel loro egoismo e immobilismo, sembrano non capirlo. Le tornate elettorali in giro per il Vecchio Continente sembrano ormai diventate una roulette russa, in cui non si sa quanti proiettili siano nella pistola e a turno gli stati si sparano un colpo sperando di non rimanerci secchi. Non si può continuare all’infinito a sperare che il populista di turno non vinca, bisogna cambiare. Perché è chiaro che così com’è ora, l’UE non funziona. È troppo lenta, macchinosa, rigida per poter resistere a lungo alle ondate populiste. È delegittimata dagli stessi governi nazionali che dovrebbero sostenerla e rinnovarla e sotto attacco dai nuovi partiti anti sistema. Abbiamo visto come i principali esecutivi europei si siano già trovati a Malta per dar vita all’Europa a due velocità, ma dalle parole non si è ancora passati ai fatti. A Roma, il 25 marzo, si spera ci sia la svolta. Perché oramai è una questione di sopravvivenza: o l’integrazione procede o l’Unione si sfalda. E se cadrà, si tornerà ai nazionalismi, alle guerre europee, alla dominazione russa dell’Est. Che Dio ce ne scampi.