eurovicenza

Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Diritto

Là dove la Legge vive

                                                 Là dove la Legge vive

Giustizia. Una parola di cui sentiamo spesso parlare ma di cui difficilmente comprendiamo il reale e più profondo significato. Non è un semplice concetto, bensì un mondo di possibilità che si apre davanti a noi, delle scelte di cui siamo chiamati a rendere conto, una forma che dà radice ad una sostanza complessa e profonda.

Di tutto ciò mi sono resa maggiormente conto in questi giorni, in cui mi sono preparata per un’esperienza unica ed indimenticabile: un’udienza alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, un momento che riassume in sé passato e futuro, tradizione e innovazione, storia e sogni.

Già da come appare esternamente, la Corte si presenta al visitatore come un tempio, un novello Partenone dalle colonne bianche alte e immacolate e dal frontone che raffigura la Dea bendata in tutto il suo splendore. La sua maestosità riecheggia un passato antico e luminoso, che affonda le sue radici nella nascita degli Stati Uniti stessi, nella città intitolata al primo Presidente degli USA, George Washington, l’uomo che condusse il popolo verso la rivoluzione e la libertà. Libertà, che si esprime anche e soprattutto attraverso il potere giudiziario e lo svolgersi del processo.

E quale processo migliore di quello di fronte alla Corte Suprema, interprete delle leggi?

È un processo dialogato, in cui i giudici non esitano a porre domande e a interrompere gli avvocati, richiamandoli al punto che vogliono sottolineare. È un modo per creare una connessione maggiore tra i giudici e le parti in causa e per dare l’opportunità agli avvocati di ragionare e di creare una discussione con il potere giudiziario stesso.

È un sistema molto diverso dal nostro, anche e soprattutto perché così facendo è molto più facile capire l’indirizzo dei singoli giudici, come essi sono orientati e se accoglieranno o meno l’istanza della parte che si è rivolta alla Corte stessa.

E anche gli “schieramenti” della Corte sono ormai noti, una divisione tra coloro che preferiscono fare riferimento all’original intent del Legislatore costituente, e coloro che ritengono che la Costituzione vada aggiornata ai tempi, adattando al contesto le norme prodotte dal Congresso.

Il primo orientamento è visibilmente più restrittivo e conservatore, l’altro progressista e maggiormente aperto a nuove istanze. Ciò non toglie che si possano creare amicizie tra i membri della Corte stessa, anche se facenti parte di due opposti indirizzi interpretativi. Segno, anche questo, inequivocabile della natura dialogica della Corte stessa, che non può essere vista come la fonte di una Verità assoluta ed inequivocabile, ma che al contrario valorizza le diversità e le dissenting opinions.

Essere diversi non è una colpa o una macchia, non è qualcosa di cui vergognarsi: è la nostra storia ciò che ci rende unici in tutto per tutto ed irripetibili e il contributo che possiamo dare al mondo è certamente influenzato dal nostro passato, che ci ha formato e che ci sostiene in tutto ciò che facciamo. Ed è forse proprio questa una delle lezioni più importanti da imparare dal costituzionalismo americano: dare risalto alla diversity, al modo unico ed irripetibile di essere di ognuno di noi, che in un luogo come la Corte Suprema significa anche e sopra ogni altra cosa guardare il mondo da una prospettiva diversa, con occhi diversi, avendo cura  di preservare principi che altrimenti non avremmo preso in considerazione.

È dunque questo la giustizia? È semplicemente una Corte che nei suoi membri vede incarnato questo principio?

È un ideale cui aspirare, è come un miraggio nel deserto: ci sembra sempre facile, semplice, a portata di mano, ma così non è. È molto più di quanto ci aspettiamo, è ciò a cui alcuni hanno sacrificato la propria vita.

E con essa non si deve intendere una dittatura del pensiero unico, non si deve pensare alla giustizia come alla scure del boia del Medioevo o alla ghigliottina della Rivoluzione francese, ma come a quella divinità che, bendata, tiene in una mano una spada e nell’altra una bilancia, atte a simboleggiare la giusta sanzione per un comportamento antigiuridico, che solo il processo può accertare.

Ed è questo ciò a cui ho potuto assistere oggi: al compimento della “giustizia”, alla vita, nascita e rinascita del costituzionalismo.

È una prospettiva ricca e nuova per me, ma che mi rende oggi una giurista migliore di quanto non fossi ieri, conscia ancor di più che il mio ruolo nel mondo sarà non di creare certezza, ma di fare luce sui fatti e di dare modo alla verità di dispiegarsi, in tutte le sue forme e sfaccettature.

Non pretenderò di avere sempre ragione o di essere sempre d’accordo con i miei colleghi. Ma pretenderò da essi il rispetto che nutro nei loro stessi confronti, darò loro la possibilità di spiegare le proprie ragioni, consapevole ancora una volta che la diversità arricchisce e non indebolisce.

E soprattutto che per essere libera non posso impedire a nessuno di essere altrettanto libero: la giustizia per il mio avversario non deve venire meno.

Ed è con le parole di Abraham Lincoln che lascio questo monito: “I leave you, hoping that the lamp of liberty will burn in your bosoms until there shall no longer be a doubt that all men are created free and equal”.

Lascia una risposta

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Tema di Anders Norén