Giunge al termine anche la 47° edizione del World Economic Forum di Davos, dove annualmente si ritrova il gotha dell’economia e della politica internazionale. L’edizione di quest’anno tuttavia ha riscosso l’attenzione mediatica per le peculiarità che l’hanno distinta dalle precedenti. In primo luogo infatti il mutato contesto politico internazionale ha segnato una cesura con le precedenti edizioni. Dal voto sulla Brexit, fino all’elezione di Donald J. Trump alla Casa Bianca, tutto contribuisce a sottolineare come la visione generalmente accettata della globalizzazione debba invece essere riveduta e riadattata in armonia con l’inversione di tendenza globale. Le nuove sfide e problematiche che scuotono con forza il sistema istituzionale ed economico hanno inoltre sdoganato a Davos tematiche tabù o tendenzialmente marginalizzate. In questa edizione infatti sono state trattate tematiche come l’eccessiva concentrazione di ricchezza o la stabilità del libero mercato e ancora la crisi di sfiducia che avviluppa la classe media, sferzata da una crisi che ne ha intaccato il benessere. Fenomeno a cui possiamo ricondurre la crescita di consenso dei populismi che dall’Europa sono tracimati oltremanica per sbarcare infine al di là dell’Atlantico. Ma ciò che ha veramente contraddistinto il Forum è stata la presenza del presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping per la prima volta a Davos, a cui è stata riservata la sessione inaugurale. Nel suo discorso, il presidente Xi ha innalzato sé stesso e la Cina a paladini della globalizzazione e del libero mercato. Il presidente cinese ha poi sottolineato il beneficio sostanziale che l’economia cinese ha apportato al benessere globale, aggiungendo la necessità di rimediare alle disuguaglianze prodotte, senza tuttavia cancellare il processo della globalizzazione. Contraddizione resa stridente dall’assenza di una delegazione di Washington dove al contrario Donald J. Trump teorizza per gli Stati Uniti una dottrina economica incentrata sul protezionismo economico. Ecco quindi il cortocircuito ideologico che ha stemperato le nevi svizzere, frutto di un contrapposto assetto che vede il leader del più grande partito comunista del mondo difendere un sistema economico incentrato sul libero commercio, svilito invece dal presidente della super-potenza americana. Un cambio di paradigma inedito che certo non sarà senza effetti. Il presidente Xi infatti non si è semplicemente posto come sostenitore del sistema di libero scambio, ma ha candidato la Cina ad un ruolo di leadership globale come alternativa all’egemonia a stelle e strisce. Il governo di Pechino ha inoltre da tempo dato il via ad un’offensiva diplomatica per ottenere in seno al WTO lo status di economia di mercato, cosa che porrebbe al riparo l’economia cinese da eventuali dazi e guerre commerciali. Insomma in un momento reso altresì complicato per le incerte trattative sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, che a detta della stessa Theresa May significherà l’uscita dal mercato unico, il sostegno cinese all’assetto economico globale sembra rivelarsi quanto mai fondamentale. Tanto più con l’annuncio sostanziale ancorché formale di un relativo disimpegno della potenza americana, fonte di incertezza e timore per i suoi partner europei, incapaci di definirsi in un’azione politica unica, impegnati in una snervante contrapposizione con un Russia revanscista e infiacchiti da una crisi del ceto medio. Giunge pertanto al momento più opportuno una probabile sponda asiatica in sostegno della locomotiva dell’economia mondiale ed europea in primis. Si potrebbe pertanto affermare che questa edizione del World Economic Forum di Davos ha segnato senza dubbio un cambio di passo, tra lampanti paradossi ed inediti cambi di rotta, portando alla ribalta un paese che si candida senza esserne, per ora, ancora pronto ad un ruolo di leadership mondiale ed un Europa che si vedrà presto costretta a ripensare sé stessa e la sua governance politica ed economica.