Il Belgio ha una buona economia ed un compiuto ordinamento federale, anche se un po’ barocco. Tuttavia nell’emergenza terrorismo non è stato all’altezza del compito ed ha pagato il prezzo delle sue divisioni interne

Il Belgio è il Paese, al quale molti hanno guardato con curiosità e ammirazione quando è rimasto lungamente senza Governo. Dopo le elezioni del 2010, i partiti non sono stati in grado di esprimere alcuna coalizione di maggioranza ed è stato guidato per oltre 500 giorni da un Reggente, che non si è limitato a gestire il bilancio e a retribuire il personale, ma ha anche nazionalizzato una grande banca, condotto onorevolmente il semestre di presidenza Ue, addirittura partecipato ad operazioni militari in Libia. In quel periodo il deficit pubblico è sceso dal 4,6 al 2,8%, il Pil è cresciuto del 2 per cento contro l’1,7 della zona euro, mentre crollava la Grecia e tremavano Francia e Italia sotto l’urto della crisi finanziaria del 2008.

Allora, diversi organi d’informazione hanno creduto di individuare il segreto di tale successo nella emarginazione dei partiti. Mentre infuriavano le polemiche contro la casta politica, molti si sono divertiti a rilevare che in un Paese politicamente acefalo i treni continuavano a funzionare, le immondizie ad essere raccolte, i malati ad essere curati, l’ordine pubblico garantito. Perfino osservatori normalmente prudenti hanno fatto dell’ironia e si sono chiesti se il buon governo non coincida per caso con nessun governo.

Adesso, nel clima di orrore suscitato dagli attentati all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles del marzo scorso, tutti denunciano le manchevolezze di uno Stato sgangherato e chiedono protezione. Questa nuova tragedia europea è stata favorita dalla facilità con cui gli attentatori hanno potuto muoversi tra Belgio, Francia, Turchia, Siria, la stessa Italia, nonostante molti di loro fossero nelle liste dei sospetti ed alcuni addirittura già incarcerati per crimini comuni. Contro un simile scandalo, si è fatta forte la esigenza di sicurezza e si invoca un coordinamento delle forze di intelligence e di polizia entro e fuori i confini nazionali. La richiesta è rivolta alle istituzioni pubbliche, le stesse di cui ci si era dimenticati appena qualche anno fa esaltando le magnifiche performance dell’economia rese possibili dalla loro assenza. Se vogliamo trarre un primo insegnamento dai tragici fatti di Bruxelles, dobbiamo renderci conto che l’economia è solo una delle componenti che possono dare benessere ed equilibrio ad una comunità e che ve ne sono molte altre dipendenti dalla solidarietà sociale e dalla funzionalità democratica. Quando queste  si indeboliscono o vengono addirittura a mancare, tutto diventa a rischio ed è davvero difficile dare importanza alle variazioni nella produzione di beni e servizi, anche se positive.

C’è da aggiungere che quella crisi del 2010 non era superficiale e non è stata archiviata come un incidente di percorso. Il Belgio è un crocevia di popoli diversi, che per ragioni storiche si sono trovati a convivere nel cuore dell’Europa e si sono dati per questo una complessa architettura costituzionale. Sappiamo che trovandosi al confine tra un’area linguistica germanofona ed un’altra romanza, è diviso in tre Regioni che ne rispecchiano le diversità economiche e culturali: a nord le Fiandre economicamente prospere, di lingua fiamminga con il 60% della popolazione, a sud la Vallonia più arretrata e francofona (ad eccezione di una piccola comunità germanofona ad est) con il 30% della popolazione, nel mezzo la città/regione di Bruxelles ufficialmente bilingue con il restante 10%. Affiancate alle Regioni vi sono le Comunità solo parzialmente coincidenti con le prime e con competenze distinte, di modo che la Costituzione federale deliberata nel 1993 ha raccordato due diversi livelli territoriali in unico vertice rappresentato dal Governo e dal Parlamento articolato nelle classiche sezioni del Senato e della Camera dei rappresentanti.

La riforma federale non ha messo a tacere le divisioni politiche. Hanno continuato a prevalere a nord un partito nazionalista e a sud uno socialista entrambi territoriali con tendenze separatiste, mentre al centro è rimasto il BHV acronimo della circoscrizione elettorale di Bruxelles – Halle – Vilvoorde, principale nodo politico del Paese riassumibile nel profilo della capitale francofona al centro del territorio fiammingo. Proprio i contrasti di fondo tra le diverse fazioni hanno lasciato andare alla deriva l’amministrazione e fatto dimenticare le sue buone regole, come hanno reso evidente le clamorose gaffe delle forze di polizia mentre il Paese era sotto attacco.

Il Belgio ha quindi grandi colpe e ha rivelato profonde crepe nella sua organizzazione politico – amministrativa, dal livello municipale a quello federale. Ma non possiamo accusarlo di tutto e sarebbe ingeneroso tirare le croci in quell’unica direzione. La Francia non aveva saputo fare di meglio, quando pochi mesi prima la medesima cellula terroristica aveva colpito Parigi dalla base operativa della capitale belga. Dopo quanto è successo, è chiaro che gli attacchi non avevano carattere locale e ci aspettiamo che i nostri leader se ne rendano conto per  risparmiare a 500 milioni di europei la sorte toccata a 11 milioni di belgi.