Norvegia, sinonimo di efficienza, welfare e democrazia collaudata. Tuttavia il paese scandinavo è giunto a dover fare i conti con una contraddizione divenuta asse portante della sua essenza, l’ossimoro di una vocazione ambientalista con un’economia trainata in gran parte dall’esportazione di idrocarburi. Gas e petrolio, croce e delizia del paese nordico. Con la sua politica lungimirante Oslo è riuscita a costituire un fondo sovrano del valore di 990 miliardi di dollari, finanziandolo in gran parte con le rendite dell’attività petrolifera. La Norvegia infatti estrae tuttora 1,7 milioni di barili di petrolio al giorno e si attesta al terzo posto nella classifica dei maggiori esportatori di gas al mondo. Con una tale ricchezza il paese scandinavo è riuscito a creare una solida economia, capace di sostenere il peso dell’imponente welfare state che lo stato norvegese accorda ai suoi cittadini. Ma il reale valore di tale fondo risiede nell’aver assicurato alla Norvegia una quota superiore all’1% delle attività quotate in borsa a livello globale e pari al 2% di quelle europee. La reale importanza e pervasività del fondo, si può osservare quindi nelle partecipazioni azionari di imprese come Apple, Nestlé, o in Alphabet a cui fa capo Google. La vocazione norvegese ad esportare idrocarburi non può pertanto che essere forte data la ricchezza che tramite il greggio il paese è riuscito a raggiungere in pochi decenni. Altrettanto radicata e sistemica è tuttavia un’innata anima ambientalista che contraddistingue l’operato di Oslo. La Norvegia è infatti un paese che produce il 98% del suo fabbisogno energetico tramite energia rinnovabile, un paese dove il tasso di deforestazione è pari a zero ed infine una nazione che entro il 2025 vedrà il proprio park-macchine divenire totalmente elettrico. In questa apparente, irriducibile contraddizione si è quindi fatta strada una prima forma di compromesso, tra i due volti della società scandinava. Il 2018 vedrà infatti il fondo sovrano, costituito nel 1991, dismettere le proprie quote azionarie nel settore petrolifero per una totale quindi di 37 miliardi di dollari, ovvero il 6% dell’intero portafoglio azionario. Ovviamente da tale decisone non verrà colpita la compagnia petrolifera nazionale, Statoil di cui lo stato possiede il 67%. La decisione si inserisce nella volontà del fondo di diversificare i suoi investimenti e sostenere uno sviluppo più green. Una decisione che cerca di conciliare dunque, pragmatismo ed eco-sostenibilità, già in passato infatti una simile politica aveva convinto la dirigenza del fondo a disinvestire nei prodotti a carbone e nelle utilities che ne ricavavano profitto.  Tale scelta del fondo dovrà tuttavia essere prima approvata dal parlamento di Oslo, il quale ha il compito di monitorare la scelta degli investimenti. Sembra dunque che la Norvegia stia cercando di risolvere un dilemma alla base della sua stessa ricchezza e cultura ambientalista. Pur segnando una notevole discontinuità nella politica di Oslo una scelta simile si rivela in linea con quella di altri paesi. Si prenda ad esempio la monarchia Saudita che ha da poco deciso in favore della privatizzazione del 5% di Saudi Aramco, compagnia petrolifera nazionale, in un’ottica di diversificazione in vista di un possibile declino del settore petrolifero. La Norvegia sembra dunque voler intercettare il cambiamento con anticipo in modo da poter preservare una ricchezza nata dal petrolio del mare del Nord ma volta a finanziare uno sviluppo alternativo ad esso.