Finita la Convention Repubblicana a Cleveland, negli Stati Unito si respira un clima diverso: Donald J. Trump, miliardario newyorkese che ama orgogliosamente affermare di aver provveduto da solo alla sua campagna elettorale, è colui che affronterà Hillary Clinton alle elezioni presidenziali del 2016.

La scelta degli Americani desta, però, incertezze, dubbi e confusione, soprattutto negli Europei e in tutti gli altri Stati membri dell’Alleanza Atlantica. Questo a causa delle recenti dichiarazioni del candidato repubblicano, al centro di numerose critiche, in primo luogo per il discorso pronunciato da sua moglie Melania, “liberamente ispirato” a quello declamato da Michelle Obama nel 2008, durante la campagna del marito. Una conduttrice, poi, che esegue il saluto nazista davanti ad una folla non fa altro che aumentare le polemiche riguardo alle scelte teatrali del leader repubblicano, che adora far parlare di sé.

La guida, infatti, che egli prospetta è basata su considerazioni irriverenti, nutrite di sarcasmo e populismo. È da notare appunto come tutta la campagna di Trump affondi le sue radici nel malcontento popolare, nella convinzione che la grande affluenza di stranieri, in particolare dal Messico, abbia reso l’America meno sicura, più pericolosa e sporca. “Make America great again” è il suo slogan, è la sua promessa, che vuole così rimarcare la necessità di un cambiamento di rotta radicale, di una svolta epocale. E c’è un’unica via per realizzare questo proposito: isolare gli Stati Uniti costruendo come un’enorme bolla di sapone, grande abbastanza da poter chiaramente delineare dei confini tra “noi” e “loro”, ma non abbastanza resistente e forte da poter fermare i veri nemici.

Perché ciò che “la speranza dell’America” non ha capito è che i veri nemici sono l’odio e la diffidenza, la chiusura, l’isolamento, il dogmatismo, tutto ciò che ci allontana e che non ci unisce. Perché ciò di cui questa politica non tiene conto è che la divisione e la frammentazione non sono certo elementi essenziali per risolvere le crisi o superare i momenti di difficoltà.

Le risposte che il mondo si aspetta sono di unità, ma ora come ora quest’ultima sembra essere lontana miglia e miglia, quasi come in un’altra Galassia.

È, infatti, noto che Donald Trump abbia sottolineato come sia necessario che gli Stati membri della NATO rispettino gli obblighi a cui sono legati, se vogliono continuare a ricevere aiuti dagli USA.

Queste sono parole pericolose, se guardiamo a quanto scritto dal giornalista americano Jeffrey Goldberg, che ha messo chiaramente in luce nel suo articolo apparso nel “The Atlantic” come la vittoria dell’avversario di Hillary Clinton potrebbe portare alla fine dell’ordine internazionale costituitosi in seguito alla seconda guerra mondiale, dando modo ai nuovi dittatori di farsi avanti e di far sentire le loro pressioni sull’Europa e sui Paesi circostanti.

È chiaro il riferimento a Vladimir Putin, che approfitterebbe dall’assenza degli Stati Uniti per aumentare la propria influenza sugli “scomodi” vicini.

Certo è che le idee portate avanti da Trump sono espressione del malcontento comune e di un popolo comunque provato dalla crisi, ma anche e soprattutto spaventato dal terrorismo internazionale e dagli esiti dell’immigrazione. Questo è il motivo per cui anche Barack Obama aveva prospettato una diminuzione degli aiuti militari- particolarmente onerosi in effetti- da parte degli Stati Uniti, e tale politica è condivisa dall’ “erede” democratica del Presidente, Hillary Clinton.

È in qualsiasi caso chiaro che, chiunque dei due candidati arriverà a sedersi nello Studio ovale, le sorti dell’Europa prenderanno una nuova direzione. Gli USA, infatti, sembra quasi non vogliano più presentarsi come gli “sceriffi” del mondo e pare vogliano rinunciare al pronto intervento che hanno sempre assicurato a tutti i loro alleati storici.

Da notare è, appunto, l’assenza di qualsiasi menzione all’Europa o al Giappone nei discorsi pronunciati alla Convention di Cleveland, segno inequivocabile che la gestione della politica estera è ancora piena di incertezze.

Ciò che possiamo affermare con sicurezza è che Trump vorrebbe portare ad una vera e propria rottura con la più recente tradizione americana, con gli altri Paesi e con tutto ciò che possa ostacolarlo a rendere “l’America di nuovo grande”. La moglie di Bill Clinton, d’altro canto, appare più moderata nei toni e nei modi e soprattutto non si presenta come una ventata d’aria fresca, ma come la continuazione dell’amministrazione Obama, per cui svolgeva il ruolo di Segretario di Stato.

Sono molte le diversità tra questi due candidati, ma c’è qualcosa che li rende un po’ più simili di quanto sembri: entrambi si vedono come il futuro dell’America, come ciò di cui il Paese ha bisogno.

Ma la vera domanda è: come faranno a scegliere i cittadini tra loro due? Voteranno per chi riterranno essere il male minore?

Forse. E forse non cambierà niente nel breve periodo per l’Europa e più in generale per i membri dell’Alleanza Atlantica. In molti sperano che la minore influenza degli Stati Uniti potrebbe portare a rinsaldare il legame tra i Paesi europei ma per ora nessuna previsione è certa.

Soprattutto perché quello che spesso gli isolazionisti non capiscono – e come loro chi non gradisce l’influenza che esercitano gli “sceriffi”- è che siamo tutti interdipendenti, specialmente in un mondo globalizzato e complesso come il nostro.

Se uno crolla, crolliamo tutti. Come nelle tessere di un domino. Chi ha paura di Trump teme proprio questo: che sia lui a far scattare un crudele e terribile gioco, di solitudine e sconfitta per la democrazia.