Ciò che possiamo ricordare della Turchia è che, nata come Stato indipendente dalle macerie dell’Impero Ottomano seguitamente alla conclusione della prima Grande Guerra, già dal ’63 instaurò con la Comunità Economica Europea – l’UE pubescente di allora – delle singolari relazioni grazie all’Accordo di Ankara: relazioni che mostrarono l’interesse, già coltivato dopo il collasso imperiale dal governatore Musafa Kemal Ataturk, di una politica di avvicinamento non soltanto politico, ma anche culturale, con l’Occidente.

Fu proprio Ataturk (nome conferito dal popolo che significa “padre dei turchi”) ad imporre l’adozione dell’alfabeto latino al posto di quello arabo-ottomano (il vecchio Osmanlıca), con l’ordine di avvicinare la cultura orientale con i centri propulsori di quella occidentale e, per merito dell’introduzione di nuove modernizzazioni, i costumi turchi si adattarono a quelli europei: venne introdotto un nuovo codice civile, simile a quello svizzero, che rese facoltativo l’uso del fez (un copricapo tradizionale maschile) e del velo per le donne; al governo venne data la responsabilità di scelta degli imam; nuove e progressiste riforme portarono una nuova gerarchia dei sessi, abolendo la poligamia e concedendo il diritto di voto alle donne; si sostituì il calendario musulmano con quello gregoriano e la domenica divenne giornata di riposo.

Più tardi, con l’Accordo di Ankara del 1963 (ed il suo protocollo addizionale del ’70) si ebbe un ulteriore rafforzamento delle relazioni economiche e commerciali tra la CEE e la Turchia, fino all’instaurazione di una Unione Doganale e poi, seguitamente ad una decade di colloqui, le riforme del primo ministro Recep Tayyip Erdogan portarono lo Stato turco ben più vicino ai paramentri imposti dall’UE.

Gli europeisti trovano nell’annessione della Turchia importanti punti di sviluppo, dopotutto gran parte della popolazione turca rimane attratta dal soft power europeo (e si avrebbe inoltre l’appoggio di personaggi come Jacques Chirac e Tony Blair) e, secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l’economia europea si renderebbe più dinamica ed aperta agli investimenti stranieri. Ma contro la fiducia di un’Europa che presenterebbe poi una popolazione musulmana del 20% si schierano gli scettici che, affiancati da diverse associazioni umanitarie, rilevano nell’attuale Turchia un’insufficiente salvaguardia dei diritti umani e civili: “In Turchia abbiamo solo una democrazia elettorale, ma non una democrazia istituzionale che mostri rispetto per la libertà d’espressione” sono le parole del premio Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk. Parole che, udite ora nel 2016, fanno rabbrividire. Perché, dopotutto, uno dei gravi problemi turchi che fanno esitare la governance europea è proprio quello riguardante la libertà d’espressione, mutilata com’è da un temibile sistema di censura.

La base legale per la censura in Turchia ha radici profonde e limita tutte le espressioni considerate offensive per l’identità turca così come  quelle che esaltano l’estremismo politico. Già ai tempi dell’Impero, il 15 febbraio 1857, venne emanata una legge di regolamentazione tipografica (detta Basmahane Nizamnamesi): tramite un gerarchico sistema di controlli ogni libro non poteva essere pubblicato senza la censura del Sultano. Più avanti, il 24 luglio del 1908, la censura fu teoricamente tolta, ma numerosi giornali, considerati un pericolo alla sicurezza dello Stato, furono chiusi. In seguito, la censura in Turchia subirà nuove evoluzioni (o involuzioni): a causa della guerra di Indipendenza Turca, la legge marziale venne implementata nel 4 marzo 1925, portando altri giornali a chiudere ed altri giornalisti a processo; durante la seconda guerra mondiale molti giornali furono tacitati, inclusi i quotidiani Cumituryet, Tan e Vatan; nel 1950 il Partito Democratico di Adnan Menderes inaugurò una nuova stagione di multe ed arresti e, nel 1960, la Grande Assemblea Nazionale Turca diede vita alla Commissione Investigativa, che aveva il potere di confiscare pubblicazioni e chiudere giornalie case editrici. Oggi, parlare di laicismo, di dirittu della minoranza e del ruolo militare in politica comporta grandi rischi di rappresaglia, e l’articolo 8 della Legge Anti-Terrorismo impone tre anni di prigione per il reato di “propaganda separatista”.

Ricordiamo, ad esempio, un fatto recente. Ovvero quando, venerdì 4 marzo di quest’anno, il presidente Erdogan ha tentato di imbavagliare una forte opposizione al suo governo, giudicato intollerabile sia nella politica interna che in quella estera, virando il Paese verso un atteggiamento reazionario, autoritario ed islamista: è la triste vicenda del quotidiano Zaman (che vende 600.000 copie al giorno), incriminato di condividere e di diffondere idee del movimento politico Hizmet, affiancato al religioso islamista moderato Fethullah Gulen (tutt’ora esiliato, per via dei propri studi e delle proprie idee, negli Stati Uniti). Per anni il movimento Hizmet ha sostenuto discretamente il Partito della Giustizia e dello Sviluppo del presidente fino alla rottura del 2013 a causa di profondi dissensi sulla politica presidenziale nei confronti di Israele, dei curdi e dell’Iran. Raccogliendo a se’ grandi esponenti della cultura, delle forze di polizia, magistrati, militari ed educatori, Hizmet non è, di fatto, un partito politico, ma piuttosto un vasto ed organizzato movimento d’opinione.

L’arresto di numerosi giornalisti, il commissariamento del primo quotidiano turco e l’appoggio all’ISIS non sono che la punta d’iceberg delle azioni di una Turchia che, rumorosamente, s’allontana dal novero delle nazioni occidentali. Che ne è stato della Turchia, laica progressista e democratica, che anni fa presentò a Bruxelles la domanda di ammizzione all’Unione Europea? Erdogan sembra approcciarsi con l’autoritarismo per un duplice scopo: rafforzare il suo potere all’interno ed aumentare il peso geopolitico della Turchia in Medio Oriente. Ma queste continue violazioni delle libertà più elementari che peso avranno ora, mentre l’UE resta ad attendere un esito (comunque imprevedibile) del conflitto siriano? L’odierna Turchia, col suo autoritarismo, col suo avventurismo, è ancora appetibile, o va temuta?