Il tempo scorre ineluttabile, la formazione del Governo pare sempre più dubbia, le parole scivolano tra i torbidi canali dei luoghi mediatici già vane e corrotte. Da anni (o forse decenni?)  la politica della Penisola puzza d’assenza: somiglia a un bel corpo privo di coscienza e cervello sul quale banchettano sudici microbi dalle malsane sembianze. Eccoli, si possono addirittura osservare senza l’ausilio di lenti elaborate o complessi marchingegni: là, poco lontano dal maleodorante orifizio presso il quale, se non vi sono nati, si sono sicuramente formati, se ne stanno seduti attorno a un tavolaccio unto e consunto, intenti a disputare un’animalesca partita all’insegna del più basso degli azzardi, ossia il rischio che in potenza intacca lo spazio che per milioni è venturo e che milioni vorrebbero rischiarare con le dolci fiaccole che cantano entusiasmo e speranza.

Un vecchio ormai logorato dalle sguaiate passioni mondane alza fiero il mento, e raccogliendo la voce rimasta s’impone, altero, con i modi d’un eterno comandante le cui perentorie pretese non ammettono replica. Sorride dinanzi al branco degli illusi, dissimula dinanzi al drappello degli alleati, ma fatica a ritenere al di qua dell’artificiale dentatura l’esosa voglia che da anni lo scuote imperitura.

Accanto a lui, un uomo più giovane, dalla faccia alquanto barbara: forse il più machiavellico della sgangherata cosca, forse il più sottile burattinaio delle ultime stagioni. Cela tra i propri seguaci coloro che hanno annegato la mente nelle acque del furore ed è stato incriminato da alcune riviste (non si scordino le inchieste de “L’Espresso”); tuttavia, con solida pazienza tenta di guadagnare il vertice. Qualora il mazziere gli consegnasse le giuste carte, la sua vittoria testimonierebbe l’ultimo dei fallimenti?

Tra i giocatori sorprende la presenza di un giovane che indossa abiti intonsi ed esibisce un lindo viso. Dicono che abbia occupato il seggio abbandonato da un nobile signore, traina con nuova linfa quanti lamentano l’insopportabile grave costituito dalla miseria, ma giorno dopo giorno le fatiche dell’abominevole agone (a tanto s’è ridotta la politica che dialogo dovrebbe essere) ne consumano le membra, mutandone il profilo: pare sempre più confuso e indeciso.

Ecco, infine, il polveroso scranno di cui prima: nessuno vi prende più posto, tant’è che un ragno disgustoso la propria rete ormai vi fila. Rovinato dai sostanziali malintesi posti in luce da un filosofo legato alla città del Bembo e tracollato a causa dell’ego ingombrante da alcuni imputato a un oratore della città di Dante, si è condannato con ostinazione all’oscurità e al silenzio. Degna coerenza o fatale disimpegno?

Tra le aule del luogo che oggi racchiude il più alto grado di studio e conoscenza della società umana, l’autore di queste righe ha incontrato Liang, giovane proveniente dall’area che secoli or sono Marco Polo descrisse con iperboli d’ogni genere. Confrontandomi con Liang intorno all’andamento della politica cinese, a due conclusioni sono giunto: in primis, Liang non possiede uno sguardo completamente consapevole rispetto a ciò che oggi accade nel suo Paese, ma ciò risulta facilmente perdonabile giacché la lucidità è meta ardua da raggiungere; in secundis, senza le specificazioni con le quali Liang mi ha meglio informato delle linee che stanno alla base della cultura politica diffusa tra la popolazione cinese, forse non avrei raggiunto le considerazioni inerenti allo scenario italiano che m’accingo a esporre.

Secondo Liang, la Cina vanta un “sogno comune” e latore d’unità, mentre l’Italia è preda della più totale frantumazione interna. Benché le parole di Liang debbano essere inevitabilmente congiunte al panorama cinese, ossia un quadro nel quale ogni verbo contrario è destinato alla scomparsa, dalle stesse è possibile estrarre qualche concetto generale. Nonostante le molteplici occasioni legate alla dimensione sociale, l’Occidente pare sempre più disgregato, cioè atomicamente scomposto, ovvero intrinsecamente martoriato da una reciproca lontananza tra soggetti e pertanto prossimo al solipsismo più deleterio. È sufficiente pensare alle propulsioni finalizzate alla separazione che animano la politica internazionale oppure, calandosi con un balzo tra le vite dei comuni cittadini, agli spazi sempre più angusti che vengono dedicati alle opportunità di dibattito. È alquanto paradossale assistere a un fenomeno simile qui, in Occidente e in Italia soprattutto. Perché la voce di Socrate risuona in maniera tanto flebile? Perché le vivaci passioni politiche proprie della dimensione comunale diffusasi nell’ultima parte del Medioevo risultano così scialbe? Perché gli slanci ardenti della lotta partitica non comunicano più nulla? È giunto il capolinea di un’intera società? O forse, evitando le terribili trappole che alcuni hanno disseminato, è ancora possibile tornare a quell’unità nel dialogo che rende radiosa qualsiasi civiltà e si profila come indubbiamente preferibile al coatto “sogno comune” che rende così stabile, stando alle parole di Liang, la sua terra natìa?

Affinché la Penisola non collassi orribilmente, un saggio aiuto si può trarre dalle antiche parole che la grandiosa mente di un poeta ai più conosciuto cesellò: Francesco Petrarca. Intellettuale super partes, uomo dagli slanci umanistici, studioso che nell’animo si percepiva assai prossimo alla tradizione classica, nella canzone “Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno” (la quale dev’essere posta all’interno del contesto storico del tempo e rapportata alla fisionomia intellettuale di Petrarca che prima è stata abbozzata) l’autore del “Canzoniere” si rivolge con sdegno alla situazione politica della Penisola e destina a coloro che governano la stessa un insieme di parole tanto universali, da poter essere introdotte pure nell’odierno scenario. “Da la matina a terza / di voi pensate, et vederete come / tien caro altrui che tien sé così vile.” Così Petrarca sferza con aspra ironia la mediocrità della classe politica legata al proprio tempo: forse coloro che nel presente reggono le redini della Penisola si conoscono meglio di quanto Petrarca immagini nella propria canzone, ma è palese l’assenza ormai dilagante di una riflessione intorno al proprio sé capace di fungere da fertile terreno sul quale possano sbocciare i fiori della coscienza etica. Nella canzone si trovano anche i seguenti versi, chiaramente colmi d’irrequieta concitazione: “Se da le proprie mani / questo n’avene, or chi fia che ne scampi?” È una domanda densa e terrificante, non indirizzabile alla sola classe politica. È una domanda che chiunque, incluso l’autore di queste righe, oggi si deve porre: rispondendo insieme forse sarà possibile ritrovare le dolci fiaccole dell’entusiasmo e della speranza.