Ancora una volta un Paese membro si rivolta contro l’Unione. Adesso è la Polonia. Alle recenti elezioni politiche ha premiato il PiS nazionalista di Jaroslaw Kaczynski, che da tempo attacca la dittatura degli euroburocrati e rivendica autonomia in materie importanti come ambiente, immigrazione, difesa e politica estera.

E’ accaduto altre volte in passato. Nel 2005 la Francia e l’Olanda hanno votato contro la ratifica del Trattato costituzionale, con un referendum nel quale sono state rifiutate le aperture di Schengen e per ironia della sorte è stato agitato lo spauracchio del plombier polonais. Nel 2008 l’Irlanda ha bocciato il Trattato di Lisbona senza nemmeno conoscerne i contenuti, allungandone le procedure di ratifica per motivi sostanzialmente relativi alla sua politica interna. In tutti i Paesi hanno poi preso forza movimenti populisti, che vedono nel progetto europeo una minaccia alla democrazia e nell’Euro un subdolo marchingegno della grande finanza per defraudare i cittadini.

Il caso della Polonia è tuttavia meno comprensibile. Da quando è entrata nell’Unione nel 2004, ha conosciuto una fase di sviluppo senza precedenti, godendo di consistenti sovvenzioni comunitarie. Il Paese ha aperto cantieri, accresciuto reddito e occupazione, si è modernizzato ed è oggi irriconoscibile rispetto a quello depresso del blocco sovietico. Eppure gli elettori si sono consegnati ad un leader ultranazionalista, gemello e sodale di quel Leck Aleksander celebre per aver detto come Presidente della Repubblica che assecondava la scelta europea solo per fare gli interessi del proprio Paese, poco prima di perdere la vita in un misterioso incidente aereo.

Cosa farà adesso Polonia? Rinuncerà al mercato europeo, contando sul proprio carbone, sui bassi salari e sulla leva monetaria restando fuori dall’euro a tempo indefinito? Difenderà da sola i propri confini? Sono le domande più ovvie e inquietanti, che si sono posti molti analisti, prevedendo un futuro pieno di incognite per quelle popolazioni e non solo per quelle. Ma la domanda più interessante riguarda le reazioni della Ue. Sospenderà gli 80 mld di sovvenzioni della programmazione 2014-2020? Userà la mano forte come ha fatto con la Grecia?

Il caso della Grecia aveva ed ha un profilo prettamente finanziario e non è mai arrivato a scompaginare gli equilibri internazionali, nonostante i viaggi di Tsipras a Mosca. Con la Polonia invece questo rischio esiste, soprattutto se Kaczynski cercherà alleati come l’Ungheria di Orbàn per dar vita ad una aggregazione orientale del tutto eterogenea rispetto a quella centrale per storia, tradizione, cultura politica. L’affrettato allargamento del 2004 ha inglobato popolazioni in condizioni post – risorgimentali, estendendo ad esse istituzioni e regole generate dal cuore dell’Europa romano-germanica, economicamente sviluppata e dotata di un welfare tra i più generosi del pianeta. Questi Paesi non hanno mai nascosto di aspettarsi uno storico risarcimento da ovest e di coltivare sentimenti di diffidenza se non di aperta ostilità verso est. Nasce da qui il loro nazionalismo, che li porta a seguire una linea di orgogliosa indipendenza e a cercare semmai alleanze militari oltre altlantico, compromettendo la delicata trama diplomatica che Bruxelles va faticosamente tessendo ai propri confini, in particolare con la Russia di Putin.

Siamo quindi separati da un muro di incomprensioni? Timoyhy Garton Ash, saggista politico e professore ad Oxford, ha scritto che il PiS trova consensi tra gli abitanti cattolici e patriottici dei piccoli centri urbani e dei villaggi, soprattutto nelle aree più povere ad est e sud est, dove si avvertono poco i benefici della democrazia e del libero mercato. Promette di proteggerli con politiche di aiuto sociale ed in questo senso, accanto alla sua matrice culturale di destra xenofoba e sessuofoba, rivela un’anima di sinistra, mentre non mancano patrioti consapevoli dei rischi dell’isolamento. Possiamo sintetizzare, dicendo che il partito che ha vinto le elezioni non è poi così omogeneo e che per questo motivo il caso polacco presenta margini di trattativa più ampi di quanto sembri. C’è quindi molto lavoro per la politica, quella buona intendiamo, sperando che il Presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, sappia essere un buon interprete.