Negli ultimi decenni, in particolare dalla crisi del 2008 in poi, si è vista una rapida ascesa di partiti populisti in tutto il mondo occidentale. Questi sono presenti da ben più tempo, trovando le loro radici nella Russia zarista, ma mai prima d’ora si erano diffusi in questo modo sullo scenario politico globale. Dal punto di vista di noi europeisti, questo è un male, dato che la stragrande maggioranza di questi critica l’Unione Europea e dirotta l’opinione pubblica su posizioni anticomunitarie. Bisogna perciò fare chiarezza sul fenomeno, capirne le cause e i principi, per poter poi combatterli adeguatamente.

Innanzitutto, il populismo di per sé non è un’ideologia “completa”, ma si innesta all’interno di idee più classiche e tradizionali dando vita a diverse varianti sul tema. Esemplare è la differenza che intercorre in Francia tra il Front National di Marine Le Pen (di estrema destra) e la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon (di estrema sinistra), accomunati dall’appartenenza ai movimenti populisti, ma con visioni completamente opposte rispetto a numerosissimi temi. È quindi errato accostare l’intero fenomeno al fascismo ad esempio.

Cosa contraddistingue dunque questi partiti da quelli tradizionali? La caratteristica principale è che i populisti dividono la società in (almeno) due gruppi: l’élite ed il popolo. Il primo è corrotto, parassitario e si comporta a proprio esclusivo vantaggio. Il secondo viene intaccato nei propri diritti e interessi e deve perciò riprendersi la propria sovranità, votando appunto per i populisti. Vi è dunque una retorica che si concentra principalmente sulla lotta contro il nemico, rappresentato dal governo, dal parlamento, dalla finanza, dalle banche, dalle multinazionali e così via. Il popolo viene visto come unito, puro e facilmente identificabile. Questo è molto chiaro soprattutto nel caso dei partiti estremisti, che usano la religione e la cultura (destra) oppure la classe sociale (sinistra) per creare la distinzione tra chi è considerato “il popolo”.

Particolare interessante è il caso dei partiti populisti di estrema destra. La caratteristica principale infatti è l’individuazione di un terzo gruppo nemico della gente: “gli altri”. Questi sono coloro che vengono sentiti come estranei al popolo e vanno per questo respinti ed eliminati. Infatti, “loro” sono visti come una minaccia all’identità ed alla stabilità del gruppo. Il fattore di distinzione è spesso la religione. Quest’ultima è però distorta e annacquata, perché non vista come un fatto interiore, ma culturale. Infatti, se una persona appartiene ad una data religione o, meglio, proviene da un paese che ha la maggioranza della popolazione che professa un certo credo, allora appartiene per forza ed indissolubilmente ad una cultura e questa non è cambiabile. Per dirla in parole povere, essendo gli iracheni musulmani, allora “si comporteranno sempre da tali”. Non esiste integrazione, non esiste inclusione. Sono semplicemente diversi. Questo è un pensiero pericoloso, eppure ormai diffuso. La retorica populista ormai è sulla bocca di tutti: sembra che per uscire dal pantano italiano basti non accogliere gli immigrati e rovesciare il PD al governo.

Ma la realtà è un’altra. Corruzione, investimenti, costi del lavoro, lentezza della giustizia, malavita organizzata, eccessiva burocrazia: questi sono i mali dell’Italia. Tuttavia, l’idea che è ormai passata è che la colpa non sia dell’Italia, ma dell’Europa, della migrazione, dei “poteri forti”. Il populismo lo si dovrebbe sconfiggere mostrando i reali problemi del paese e contrastandoli. Nessuno però ci prova davvero, rendendo comodo e facile accusare i più deboli e forze superiori. Così però non si fa il bene dell’Italia.