Domenica, mentre noi avevamo le gambe sotto il tavolo e ci stavamo gustando il pranzo pasquale, i turchi sono andati alle urne per una delle più importanti riforme che la penisola anatolica abbia mai visto. Il risultato è stato una risicatissima vittoria del “Sì” – in favore della riforma – per 51.3%, contro il 48.7% del fronte del “No”. La Turchia si appresta quindi a diventare una repubblica presidenziale, a meno che la denuncia di brogli non venga accolta. Ma cosa prevedeva la riforma? I giornali occidentali si sono scagliati contro le proposte del governo Erdogan, giudicato fin troppo autoritario. Io non mi esprimerò in merito al Presidente turco, ma vi presenterò i contenuti del referendum approvato, con qualche considerazione finale.

La trasformazione più macroscopica è il passaggio da repubblica parlamentare – ossia un sistema dove il Parlamento detiene la maggior parte del potere legislativo – ad una repubblica presidenziale. Di per sé non ci sarebbe nulla di male: alcuni fra i paesi più potenti al mondo, in primis USA e Germania, adottano proprio questa forma di governo. Tuttavia, le testate occidentali ed il fronte del “No” sono preoccupati che questa riforma concentri eccessivi poteri in mano al Presidente; ciò, secondo l’opposizione turca, potrebbe mettere in serio pericolo la democrazia. A maggior ragione in questo momento, in cui vige lo stato di emergenza ed Erdogan è riuscito ad incarcerare una buona parte dei suoi oppositori politici.

In sostanza si tratta della solita diatriba fra chi vuole maggior potere decisionale e chi invece preferisce che lo stato di diritto sia sempre garantito. Noi italiani siamo piuttosto familiari con questo tipo di dibattito, anche se il nostro referendum era molto diverso – e, a mio parere, più motivato – di quello turco: il parlamento turco è composto per più del 50% da membri dell’AKP di Erdogan, per cui non ha affatto bisogno di maggior potere decisionale.

Ma se fosse una riforma tesa ad aumentare solamente i poteri del Presidente pochi l’avrebbero votata. Disponendo già di una solida maggioranza assoluta in Parlamento, nemmeno il Presidente turco l’avrebbe sentita così importante. Il referendum comprendeva infatti una serie di punti che servono a svecchiare la Costituzione turca, che conteneva ancora molti tratti poco democratici per gli standard europei.

Ad esempio, è eliminato l’obbligo di aver completato il servizio militare obbligatorio per i candidati al Parlamento. Inoltre, la magistratura è tenuta ad agire in condizioni di imparzialità e i tribunali militari vengono finalmente aboliti. Per noi sono cose scontate ed in vigore da anni, ma la Turchia ha ancora dei retaggi che vengono dalla Costituzione di Ataturk.

Personalmente, se la riforma fosse stata proposta in Italia, sarei stato sicuramente a favore. I punti più discutibili erano stati cancellati durante i dibattiti in Parlamento: nel testo finale sono spariti i diritti del Presidente di stabilire le regole e le procedure in materia di nomina dei funzionari e dipendenti pubblici e di nominare alcuni alti funzionari amministrativi – che sarebbero stati senza dubbio antidemocratici. Inoltre, mi sembra che i contrappesi non manchino. In particolare, la riforma prevede che se il Parlamento fa una legge sullo stesso argomento di un decreto esecutivo (emesso dal Presidente), quest’ultimo diventerà invalido, mentre la legge parlamentare entrerà in vigore. Dunque le Camere hanno più potere rispetto al Presidente – che, per inciso, diventerebbe anche il capo del governo, proprio come negli Stati Uniti.

È vero che il potere giudiziario rimane in gran parte in mano al Presidente, ma è bene sottolineare la parola rimane: passiamo da 17 giudici della Corte Costituzionale, di cui 14 di nomina presidenziale, a 15, di cui 12 scelti dal Presidente. Perciò il Parlamento, che nomina i restanti tre giudici, in realtà guadagna potere relativamente al Presidente. I nostri giornali non hanno rilevato questo fatto, preferendo concentrarsi sul fatto che la maggior parte della Corte Costituzionale è nominata dal leader del paese – talvolta scrivendo, forse in cattiva fede e per aumentare l’indignazione, che il Presidente guadagna terreno. È vero che il potere giudiziario è de facto in mano a chi guida anche l’esecutivo, ma ciò accadeva anche prima.

Che dire? Globalmente, mi sembra una buona riforma. I problemi potrebbero esserci nel breve termine, finché Erdogan potrà sfruttare lo stato di emergenza per eliminare i propri oppositori politici e qualche giornalista scomodo. È anche vero che la Turchia è oggettivamente in ginocchio: non cresce come dovrebbe (perché vi ricordo che secondo molti economisti la penisola anatolica avrebbe dovuto essere uno dei MINT, che dovevano sostituire i BRICS come traino della crescita globale), subisce attentati sia dai curdi che dall’ISIS ed ha una situazione scomoda al confine, con i migranti da gestire al posto dell’Unione Europea. Non vorrei spezzare una lancia in favore di Erdogan, ma credo sia difficile governare in una situazione del genere.

Di certo il Sultano non uscirà di scena molto presto, ma ricordiamoci che ha vinto le scorse elezioni (prima delle purghe) con il 49.9% dei voti. Riforma o non riforma, Erdogan tiene in mano la Turchia grazie alla sua immagine autorevole e semiautoritaria. Ora bisognerà ridiscutere tutti gli accordi con l’Unione Europea; vedrete che si farà sentire fra poco.