Putin cerca da tempo un rapporto di collaborazione con Bruxelles, con scarsi risultati. Trova qualche simpatia a Roma, ma il suo vero interlocutore è a Berlino

Sul finire del mese scorso, Obama è andato a Londra a dare una mano a Cameron in difficoltà di fronte all’ormai imminente referendum sulla Brexit. Ripreso dalle telecamere di mezzo mondo, ha detto parole chiare sulla opportunità che il Regno Unito rimanga nell’Unione, ritenendola uno snodo fondamentale per gli attuali equilibri geo politici, pur con tutte le sue divisioni. E’ stato così incisivo che alcuni lo hanno accusato di indebita ingerenza negli affari interni inglesi ed europei, rinfacciandogli nello stesso tempo l’ambiguità della politica Usa nei confronti del vecchio Continente.

E Putin? Cosa pensa la controparte di Obama sull’Europa? Non si conoscono sue dichiarazioni altrettanto recenti, ma sono state molto eloquenti quelle rese nel pieno della crisi ucraina. Quando nel novembre 2013 a Kiev erano scoppiate le rivolte contro il regime di Yanukovich colpevole di essersi opposto alla ratifica del Trattato di amicizia con l’Unione europea, Putin non aveva perso tempo e all’inizio del 2014 aveva invaso militarmente la Crimea annettendola nell’arco di un mese con l’imprimatur di un referendum popolare. Aveva poi mandato milizie a occupare le regioni orientali di Donetsk e Lugansk, facendo salire la tensione internazionale accentuata dall’abbattimento del Boeing di linea malese nei cieli dell’est ucraino con 297 persone a bordo. Non si era tuttavia spinto oltre nella prova di forza, accettando nel settembre 2014 il compromesso di Minsk per congelare la situazione in attesa di tempi migliori.

L’aggressività dimostrata nella circostanza gli era costata l’ostracismo della diplomazia occidentale, che gli aveva comminato immediate sanzioni economiche e lo aveva dipinto come un pericoloso despota degno successore degli oligarchi dell’Urss. Per reagire alla campagna mediatica contro la sua politica di espansione territoriale, che anche in Italia aveva preso piede, nel giugno 2015 aveva favorito e forse sollecitato una conversazione nel suo studio al Cremlino con due giornalisti di rango come Luciano Fontana e Paolo Valentino, rispettivamente direttore e corrispondente da Mosca del Corriere. Aveva iniziato con una scontata difesa d’ufficio, ribaltando sui partner la responsabilità del deterioramento delle relazioni diplomatiche e commerciali. Negli ultimi anni – aveva ricordato – il volume degli affari con l’Italia è cresciuto di 11 volte toccando i 49 miliardi di dollari, con un interscambio che non riguarda solo l’energia ma anche settori d’alta tecnologia come l’aeronautica. Sul piano politico ci sono stati sempre buoni rapporti, indipendentemente dal colore dei vari Governi, che intendeva confermare con la sua prossima visita all’Expo allora in corso a Milano. Dopo questo messaggio ai lettori italiani, era passato al quadro internazionale, ricordando di essere da tempo sostenitore di un vasto spazio economico integrato da Lisbona a Vladivostok e di non essere stato nemmeno il primo ad auspicarlo, citando De Gaulle. La crisi in atto va contro questo progetto, senza creare niente di alternativo. A cosa sono serviti il colpo di Stato, la guerra civile, la disfatta economica, aveva chiesto ai suoi intervistatori rovesciando le parti. L’Ucraina fa già parte della zona di libero scambio della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti, confederazione con finalità commerciali composta da 9 delle 15 Repubbliche della ex Unione Sovietica) del tutto analoga a quella europea e ci sono molti validi motivi per integrare le due iniziative in una più ampia, oltrepassando i confini e abbandonando la linea della contrapposizione.

Le sue dichiarazioni sono state accolte con freddezza e oggi sembrano inconciliabili con il sostegno magari solo tattico, che il suo apparato sta fornendo a forze destabilizzanti come quelle di Marine Le Pen in Francia, Nigel Farage in Inghilterra, Matteo Salvini in Italia. Fatto sta che non hanno provocato alcuna apertura e la questione ucraina ha finito per essere oscurata da quella siriana, che sembra destinata a rimanere a lungo il perno delle relazioni internazionali. Cestinare l’idea dell’integrazione equivarrebbe tuttavia chiudere gli occhi di fronte alla forte interdipendenza economica. I Paesi dell’Unione europea nel loro insieme rappresentano oltre la metà del commercio estero della Russia, con un interscambio dell’ordine di 300 miliardi di euro/anno basato su energia e semilavorati contro macchinari, veicoli, prodotti chimici e tessili. In particolare il 90% del gas russo finisce nell’area Ue, dove va a coprire la metà del fabbisogno totale con contratti di lunga durata.

La parte del leone in questo intreccio di interessi la fa la Germania, che attraverso proprie Società è legata a doppio filo a Gazprom e ha caldeggiato il raddoppio del North Stream per approvvigionarsi di gas attraverso il Baltico, scavalcando Paesi di mezzo come la Polonia. L’economia procede pertanto a velocità più sostenuta della politica e probabilmente anticipa intese, che su questo piano verranno alla luce in un secondo momento. Sarà interessante vedere in quale modo; se avremo cioè un nuovo asse Berlino – Mosca paragonabile a quello franco – tedesco che negli anni ’50 ha gettato le basi del federalismo europeo, o se andremo prosaicamente verso un’Europa tedesca.