Il mondo vive tempi difficili: la crisi economica, le crescenti diseguaglianze economiche e il nuovo libro di Salvini hanno portato disagio in tutto il globo. Una nuova politica sta avanzando; il populismo si fa strada nell’intricata giungla della politica mondiale a colpi di machete: da Duterte nelle Filippine a Trump negli Stati Uniti, da Wilders in Olanda ai dubbi capi di governo africani, i leaders tendono a far leva sempre più sulla pancia della gente (che abbocca volentieri). Gli Stati Uniti amavano considerarsi un paese immune dalla mala politica, con una tradizione democratica invidiabile. E invece, ci sono cascati pure loro – e in maniera rovinosa. In questo articolo vi parlerò proprio dell’esperienza americana.

È difficile spiegare come siano emersi i populismi di destra (con Trump) e di sinistra (con Sanders) in un paese che si era sempre dimostrato piuttosto razionale e pragmatico. È strano sentir parlare di muri e blocchi commerciali da parte della patria del liberismo, eppure è proprio qui che i politici attaccano con maggiore aggressività la globalizzazione e i suoi effetti. E ancora una volta succede sia a destra che a sinistra, con Sanders e Trump che non sono poi così distanti. È strano anche sentire attacchi contro le multinazionali, che hanno sempre dominato il panorama economico americano; eppure, sta succedendo anche questo. In questo contesto, l’unica espressione del vecchio establishment politico rimane Hillary Clinton, che infatti subisce attacchi sia da destra che da chi sta più a sinistra di lei. Del resto, in Europa non siamo messi meglio: nella maggior parte dei paesi, i partiti tradizionali messi insieme non superano le nuove forze politiche. Il caso austriaco è davvero esamplare.

Ma se i populisti europei mantengono toni moderati, i loro cugini americani non temono di essere politicamente scorretti. Anzi, Trump ne ha fatto la propria bandiera, riuscendo a far sembrare Cruz e Carson delle nullità in confronto. Vent’anni fa sarebbe stato un record per nulla invidiabile, ma ora la gente non sembra essere infastidita; anzi, l’opinione pubblica sembra stanca dei giornalisti che riprendono i politici per il loro linguaggio poco corretto – vedi le famose ruspe di Salvini. Vent’anni non si metteva neppure in discussione il capitalismo, mentre Sanders fa della critica a questo sistema il proprio cavallo di battaglia.

Insomma, negli Stati Uniti si stanno vedendo degli stravolgimenti che erano accaduti già qualche anno fa in Europa. Gli americani, sotto la guida attenta e saggia del presidente Obama, potevano quasi sentirsi immuni da questa folata di populismi. E invece, proprio perché non lo avevano mai provato sulla loro pelle, i populismi hanno attecchito facilmente e con una rapidità inaspettata. Mentre Obama sostiene il NAFTA, Trump e Sanders lo vogliono distruggere; mentre Obama viaggia nei teatri di guerra della Seconda Guerra Mondiale a scusarsi per ciò che ha fatto il proprio paese, i giornali immaginano cosa succedere fra Trump e Kim Jong-Un; mentre Obama si spende per attrarre investimenti esteri, Sanders chiede di arrestare le teste delle banche d’investimento per dei fatti avvenuti dieci anni fa.

È difficile capire gli Stati Uniti in questo momento storico pieno di contraddizioni, ma credo che chi non abbia compreso la situazione statunitense siano proprio gli americani. Probabilmente non capiscono che il loro paese si sta pian piano trasformando verso l’Europa – perlomeno dal punto di vista politico. Populismo, chiusura delle frontiere a immigrati e ad alcune merci extracomunitarie, ampi sussidi di stato per placare il malcontento e per dare fiato all’economia rischiano di diventare l’ordine del giorno in un paese che non ha mai vissuto tutti questi cambiamenti. Il problema più grosso degli statunitensi è che non sono abituati ad avere ideologie, ma ad essere un’ideologia. Nel mondo multipolare in cui hanno perso lo scettro del re, sono dovuti scendere nel mondo “normale” ed assaggiare così la politica polarizzata che ha caratterizzato un po’ tutto il mondo negli ultimi dieci anni. Perdendo il posto d’onore, agli statunitensi sono cominciati a stare stretti il benessere economico e il centralismo geopolitico di cui avevano sempre goduto. Trump e Sanders sanno chi e cosa ha scalfito il nome degli USA: la Cina, le multinazionali, troppe o troppo poche tasse. Qui in Europa la nenia è la stessa; basta sostituire l’Africa alla Cina, e il gioco è fatto. Il problema è che qui siamo relativamente abituati al populismo e ne abbiamo gli anticorpi. Non so come reagirà la società americana, ma temo che la paura e l’ignoranza porterà a risultati inaspettati – proprio com’è successo ai loro cugini inglesi.

God bless America: si salvi chi può.