Urla furiose, grida indignate, parole taglienti, sguardi altezzosi, e tante – troppe! – torbide controversie: il frastuono pressoché assordante del quale la satira s’è circondata durante gli ultimi tempi ha gradualmente coinvolto qualsiasi componente dell’odierna struttura sociale, dai giornali ai programmi televisivi, dai social networks alle discussioni che si consumano con gli amici. Il percorso che ha restituito alla satira tanta visibilità si è sviluppato lentamente, ed è stato segnato anche da tragiche tappe: cominciato nel 2006, quando il giornale francese Charlie Hebdo pubblicò le vignette dedicate a Maometto che erano comparse sul quotidiano danese Jyllands-Posten, il travagliato tragitto ha raggiunto il proprio terribile culmine quando, il 7 gennaio 2015, due uomini armati hanno assaltato la sede di Charlie Hebdo assassinando dodici persone, tra le quali lo stesso direttore del discusso periodico. Più recentemente, proprio il giornale francese, pubblicando vignette che ancora una volta hanno scatenato le difformi reazioni dell’opinione pubblica, ha ulteriormente contribuito ad alimentare vivaci querelles – espressione che, in relazione ad alcuni episodi, potrebbe sembrare eufemistica –, le quali hanno punto e scosso pure l’Italia: si pensi alle polemiche sorte in seguito alla vignetta con la quale il 2 settembre 2016 Charlie Hebdo ha affrontato la questione inerente al terremoto di Amatrice, o alle discussioni provocate dalla vignetta che lo scorso 20 gennaio, soffermandosi sulla valanga che due giorni prima travolse l’hotel Rigopiano e causò decine di morti, ha attirato persino la reazione di Fiorello, il quale ha indirizzato termini non troppo lusinghieri alla redazione del giornale.

Porre in dubbio la libertà d’espressione, teorizzare improbabili limiti od appellarsi al buon gusto ha poco valore: comprendere la satira, infatti, richiede una disamina capace di procedere oltre gli inconsistenti messaggi finora veicolati da opinionisti e cialtroni. Comprendere la satira esige la considerazione delle origini storiche legate alla medesima: soltanto attraverso una prospettiva nella quale l’evoluzione del controverso genere palesi i caratteri più essenziali dello stesso è possibile relazionarsi alla satira con lucidità, senza lasciarsi trascinare da reazioni eccessive – arroganti declamazioni secondo le quali la satira sarebbe destinata ad un pubblico di pochi eletti, o focosi sfoghi dall’indole oltraggiosa. Ebbene: benché si possano individuare tracce del genere satirico già all’interno della tradizione greca, è con il focoso Lucilio che tale spazio letterario acquisisce una chiara e compiuta definizione, tant’è che proprio il celebre Quintiliano rivendicherà poi la paternità latina della satira scrivendo: “Satura quidem tota nostra est.” Il carattere più tipico del vivace genere s’estrae considerando attentamente l’origine del termine che indica il medesimo: da un lato, pare che la parola “satira” derivi dall’espressione satura lanx, un variegato ed abbondante piatto di primizie che si offriva in tributo agli dèi; dall’altro, “satira” rimanda ai satiri, creature mitologiche dall’aspetto non certo attraente che molestavano sessualmente le ninfe. Varietà e molestia, dunque: ecco, in nuce, gli estremi entro i quali oscilla il pendolo satirico; ed ecco, inoltre, le chiavi con le quali approcciarsi al genere stesso: esaminandone le evoluzioni in ambito latino, infatti, si nota già quanti cambiamenti subì e quanti toni assunse. Dagli aggressivi attacchi ad personam di Lucilio al bonario e sorridente lusus filosofico di Orazio, dallo sdegno polemico e teso a ritrarre il verum di Persio all’indignatio dalle sfumature tragiche con la quale Giovenale dipinse una realtà mostruosa: sotto il ritmo dell’esametro, i grandi esponenti della satira latina non si posero particolari limiti e affrontarono la propria società pizzicandola, canzonandola, deridendola, spregiandola e sputandole anche addosso, talvolta disgustati dinanzi al decadere dei mores maiorum. Con Marziale, che pur scrivendo epigrammi non rinunciò ad una vena indubbiamente satirica, si definì con vigore pure un’esilarante ironia dell’osceno, tant’è che il poeta di Bilbili non risparmiò mai i propri avversari: tra i suoi versi abbondano salaci battute con le quali si fa beffe delle singolari abitudini sessuali di quanti lo attaccano.

Nei secoli la satira ha continuato a subire modificazioni, fino a raggiungere la percezione assai ristretta che oggigiorno – almeno e paradossalmente nella nostra penisola – la contraddistingue: comunemente, infatti, si pensa a tale genere come a qualcosa che in maniera sofisticata conduce alla risata. Conseguentemente, le vignette o le manifestazioni satiriche che evadono da tale implicita e vaga definizione, la quale alberga nell’immaginario collettivo, sono contestate: sono considerate, infatti, come qualcosa che non appartiene – o non dovrebbe appartenere – alla satira in sé. (Certo, si deve ugualmente ammettere che esiste satira di ottimo livello e satira di pessimo livello: fondamentale, però, è rifiutare lo schema di cui prima.) In realtà, com’è stato evidenziato, la satira è uno dei generi più liberi e vari che si possano incontrare: assume senza tregua le più diverse sfumature – può dar voce ad indignati appelli o a frasi ironicamente tinte di black humour –, e sempre preserva la propria indole di satiro: un’indole molesta, e non certo tesa a carezzare con dolcezza ed indifferenza i volti di coloro ai quali si rivolge. Qualcuno, ora, potrebbe chiedersi: «Dinanzi alla satira, allora, non si dovrebbe reagire? Dinanzi alla satira, allora, si dovrebbe ostentare la più granitica freddezza?» La reazione è ammessa eccome: è proprio ciò che la satira ricerca! Reagire alla satira, però, è un’azione che si dovrebbe compiere con consapevolezza: un esempio? Qualche giorno fa, durante la 67esima edizione del Festival di Sanremo, Virginia Raffaele ha imitato l’attrice Sandra Milo e ha così attirato reazioni contrastanti: la più consapevole – e dunque la migliore – è stata la reazione dell’attrice stessa, la quale, diversamente dalla figlia, ha raccolto la “patata bollente” lanciata dalla Raffaele dicendo: «[…] i personaggi o li si omaggia con la satira o con un bel funerale in cui tutti parlano bene del defunto… Meglio la satira, no?»