Da molto tempo i catalani chiedono l’indipendenza dalla Spagna. Mi ha colpito Barcellona, dove ogni singolo appartamento esponeva la bandiera della loro regione. Il sentimento di appartenenza si vedeva e si percepiva in tutte le strade del centro, al contrario di quanto succede nel nostro Veneto. In questi giorni la questione è stata nuovamente risollevata dal Parlamento catalano, che intende richiedere un referendum per l’indipendenza per il primo ottobre. Questa volta, per una serie di motivi, sembra che i cittadini potrebbero essere chiamati davvero alle urne. In questo articolo ripercorrerò la storia recente, cercando di individuare cosa spinge il desiderio d’indipendenza.

Bisogna innanzitutto ricordare che la Spagna ha preso l’assetto attuale solamente con la Costituzione del 1978, durante la caduta di Franco. A partire dagli anni ’80 il paese ha intrapreso una serie di innovative riforme volte a dare maggiore autonomia agli enti subnazionale, trasformandosi così da stato unitario a stato regionale (fortemente decentralizzato). La Catalogna ha da sempre goduto di ampia autonomia, potendo controllare l’istruzione, la sanità, le opere pubbliche e molto altro ancora. Con il passare del tempo il partito indipendentista ha guadagnato forza, passando da 14 a 72 seggi del Parlamento catalano. Questo aumenta di popolarità è parzialmente dovuto al controllo dell’istruzione e dei mezzi di comunicazione, parzialmente alla cocciuta e spiacevole arroganza con cui le autorità spagnole hanno sempre trattato la questione.

La diatriba c’è sempre stata: le rivendicazioni indipendentiste hanno avuto luogo addirittura con la prima repubblica, a metà ‘800. Senza andare così indietro nel tempo, l’ultima polemica è scoppiata dopo il rifiuto da parte della Corte Costituzionale spagnola di approvare l’Estatut, una sorta di costituzione catalana promossa dal Presidente della Generalitat Pasqual Maragall nel 2006. Questa era stata approvata dal 90% del Parlamento catalano, ratificata dal Parlamento spagnolo ed approvata da un referendum popolare. L’azione della Corte Costituzionale è quantomeno discutibile: l’omologa francese ha dichiarato la superiorità della volontà popolare rispetto alla Costituzione in occasione della riforma elettorale promossa da De Gaulle nel 1962; in Spagna, invece, la Costituzione domina incontrastata. Siccome è espressamente vietato che le regioni adottino proprie costituzioni e si dichiarino così indipendenti dallo Stato, la Catalogna non è mai riuscita a portare a compimento il proprio disegno.

Questa situazione di stallo, in cui le richieste per ottenere maggiore autonomia sono state rispedite al mittente senza cambiamento per 18 volte in meno di dieci anni, sta portando ad un’esasperazione che fortifica enormemente il partito indipendentista, che passa dal 12% delle preferenze nel 2010 a quasi il 50% nel 2017. In futuro ci sarà quindi bisogno di maggior dialogo fra le parti, altrimenti il fronte catalano continuerà a guadagnare consensi a dismisura.

Finora ho analizzato le problematiche interne alla Spagna; ora è il momento di passare alle dinamiche europee. Il motto dell’UE è in diversitate concordia, per cui le istituzioni continentali proteggono e sussidiano le identità regionali. Ciò si scontra con il fatto che i movimenti indipendentisti più forte hanno una notevole componente nazionalista (si definiscono cioè sulla nazione, un insieme di persone con tradizioni e lingua in comune). È curioso notare come questi movimenti siano solitamente molto più aperti dei corrispettivi a livello nazionale: mentre Le Pen, Salvini & Co. invocano la chiusura delle frontiere, l’uscita dalla moneta comune et similia, la Catalogna e la Scozia chiedono di separarsi dai rispettivi stati ma di rimanere membri dell’UE e dell’Eurozona. I leader di questi partiti regionali evitano però di scontrarsi con la dura realtà: in caso di separazione dalla Spagna, la Catalogna dovrebbe richiedere l’ingresso all’UE come un nuovo Stato. Non ci metterete molto a capire che qualcuno (guess who) voterà contro. Idem per l’Euro, e Dio solo sa le difficoltà e le lungaggini per definire tutti i nuovi accordi con l’UE.

Separarsi da uno Stato non è quindi semplice come lo dipingono i vari movimenti indipendentisti. Il Veneto non è escluso, nonostante la credibilità del partito che la promuove sia vicina allo zero e il consenso popolare ben lontano dai numeri catalani e scozzesi. Vorrei anche sottolineare che il diritto all’autodeterminazione dei popoli, sancito dopo la Seconda Guerra Mondiale per favorire la decolonizzazione e spesso invocato dai movimenti secessionisti europei, NON significa che una qualsiasi regione possa invocare ed ottenere l’indipendenza.

Vedremo cosa succederà ad ottobre. Fra il voto catalano, le pressioni scozzesi e il referendum puramente consultivo del Veneto, ci sarà parecchio da dibattere.