Sulla Nato, l’Europa e la Russia cominciano a parlare i militari Usa, con dichiarazioni molto diverse da quelle del loro presidente. In attesa di chiarimenti sulle reali direttrici della politica estera americana, Bruxelles prepara comunque un piano europeo per la sicurezza

 

Il Giornale di Vicenza ha pubblicato lo scorso 24 febbraio una lunga intervista al Gen. Ben Hodges, comandante in capo dell’esercito Usa in Europa. Ha ricevuto il cronista in una suite della Ederle e alle sue domande ha risposto con una chiarezza ed una sicurezza, che meritano di essere tenute a mente. Ha detto il Generale che le basi di Vicenza non sono mai state così importanti nello scacchiere europeo dalla fine della seconda guerra mondiale e che il sostegno degli Usa alla Nato è totale, riportando a conferma delle sue parole quelle pronunciate dal Vicepresidente Mike Pence, dal Segretario alla difesa Jim Mattis e dal Segretario alla sicurezza John Kelly alla recente Conferenza di Monaco di Baviera. Ha aggiunto poi che non ci sarà alcuna rottura rispetto agli impegni della passata amministrazione e che quella appena insediata non ha alcuna intenzione né alcuna possibilità di ribaltare le decisioni assunte. Nemmeno per quanto riguarda il fronte orientale. La Russia non ha alcuna intenzione di uscire dall’Ucraina e a Kalinigrad, la sua enclave tra i Balcani, ha rafforzato gli armamenti costringendo la Nato a dislocare mille soldati tra Lettonia, Lituania e Polonia. Quanto al Mediterraneo, la Nato è consapevole dei pericoli che corre l’Europa a causa del terrorismo che si può insinuare anche tra le correnti migratorie dal Medio Oriente e dall’Africa settentrionale. L’alleanza per questi motivi non è in discussione, in particolare con l’Italia che è il Paese più a rischio.

Ce n’è abbastanza per rileggere in termini diversi le tuonanti dichiarazioni di Donald Trump, che in campagna elettorale aveva definito la Nato un ferrovecchio buono per i tempi della guerra fredda. Tenendo presente che è sostanzialmente un uomo d’affari, se ne può dedurre che non metterà in discussione le alleanze ma ne farà solo una questione di soldi, pretendendo dagli scrocconi europei il pieno pagamento di quel 2% del loro Pil previsto dal Trattato. Regno Unito, Grecia, Estonia sono in regola, ma altri Paesi sono al di sotto della percentuale e dovranno spartirsi la considerevole cifra dei 96 miliardi mancanti. La Germania è in testa a questa speciale classifica di debitori con 30 miliardi, seguita dall’Italia con 18 che non potrà sborsare se da mesi ha un contenzioso con Bruxelles per una manovra correttiva di 3,4 miliardi.

Per reperire queste somme aggiuntive, l’attenzione tornerà sullo storico problema della riorganizzazione delle forze armate europee, ancora su base nazionale, frammentate, costose, inefficienti e per di più in concorrenza fra di loro sul mercato delle armi. La cronaca di questi anni ci ha riportato episodi illuminanti e paradossali, come le difficoltà di manutenzione dei carri armati europei impegnati in Bosnia, l’affanno di Regno Unito e Francia nel rifornire in volo i propri caccia durante la campagna di Libia ed altri ancora, che hanno reso necessario il soccorso americano.

Per mantenere i suoi piccoli eserciti nazionali, l’Europa spende poco meno della metà degli Usa, 210 miliardi di euro/anno contro 460 nel 2013, ma spreca parecchio. Secondo l’EPRS, l’ufficio di ricerca del Parlamento europeo, con interventi minimi di coordinamento si risparmierebbero 26 miliardi anno e si potrebbe arrivare a 130, ad una cifra cioè dell’ordine di grandezza dell’intero bilancio dell’Unione. Somme per anni prelevate dalle tasche degli inconsapevoli cittadini europei e buttate dalla finestra, mentre potrebbero essere dirottate al bilancio Nato per recuperare credibilità e autorevolezza.

Interventi di razionalizzazione sono stati tentati più volte, soprattutto a partire dagli anni ’90. Il vertice di Saint Malo del 1998 aveva raccomandato il rispetto delle tre D, no Decoupling, no  Duplication, no Discrimination, quest’ultima nei confronti dei Paesi Nato che non fossero membri dell’Unione, con un riferimento nemmeno tanto nascosto alla Turchia e alla Norvegia. L’anno successivo, il Consiglio europeo di Helsinky aveva definito in modo dettagliato le capacità operative da raggiungere in termini di uomini, mezzi, tempi, raggio d’azione e sembrava aver segnato un nuovo inizio.

Tutto questo impegno è rimasto tuttavia sulla carta ed è stato consegnato alla nuova figura dell’Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza istituita dal Trattato di Lisbona del 2009. Assurta a tale carica dopo Catherine Ashton, baronessa inglese passata ai disonori delle cronache per la sua inettitudine, Federica Mogherini nei primi mesi dello scorso anno ha elaborato la sua “Global Strategy”, articolata su tre fondamentali punti riguardanti la creazione di una struttura centrale di pianificazione, la promozione della ricerca scientifica e tecnologica, l’attivazione di piccole unità di pronto combattimento (battlegroups) previste da tempo e mai messe in campo. E’ riuscita a farla approvare in novembre dai 56 Ministri della difesa e degli esteri europei (Regno Unito compreso) ed il mese successivo dal Consiglio europeo. Si appresta ora a elaborarne i piani di attuazione, seguendo la strada delle cooperazioni rafforzate all’interno dei trattati esistenti e al solo annuncio ha incontrato i primi ostacoli. Molte Cancellerie infatti recalcitrano a tale prospettiva e preferirebbero un impianto intergovernativo, mantenendo integre le singole sovranità statali. Dobbiamo prepararci pertanto a veder riemergere lo storico contrasto tra due opposte visioni dell’integrazione politica europea, che in questo caso tuttavia non rimarrà confinato alle sedi diplomatiche ma dovrà confrontarsi con le aspettative delle popolazioni. Si aggiunge poi come complicazione la prospettiva della Brexit, che non si vede come potrebbe portare alla marginalizzazione di un Paese di fondamentale importanza per la Nato, dal 2010 legato alla Francia da un accordo militare fondato sulla potenza nucleare e sostenuto da una forte diplomazia.

Potrebbe essere significativo, se non decisivo, il prossimo Consiglio europeo del 25 marzo a Roma, dove il tema è all’ordine del giorno. Nel clima celebrativo del 60° anniversario dei Trattati, si vedrà ancor più chiaramente se alle provocazioni del nuovo inquilino della Casa Bianca i Capi di Governo e di Stato intendono rispondere con l’integrazione politica, o tergiversare come in tante precedenti occasioni. Lo capiremo dal tenore del documento finale, che è sperabile non replichi le risentite dichiarazioni che alcuni leader europei hanno rilasciato all’indomani dell’inaspettato esito delle elezioni americane ma sappia riprendere il filo dell’iniziativa politica, dando un forte segnale di coesione e identità.