In anni trascorsi, l’euro è stato al centro della migliore politica europea, fino a simboleggiarne le capacità di pensare a lungo termine. Da quella politica è stato poi abbandonato ed è rimasto senza famiglia nella fortezza di Francoforte. Ma ha trovato aiuto in parentele più lontane, interessate a vederlo crescere e consolidarsi nel mondo degli scambi commerciali e finanziari.

 

C’è stato un tempo in cui l’euro era lo strumento della politica vera, quella capace di pensare in grande e progettare a lungo termine. E’ successo a partire dalla sua stessa nascita, databile al 15 agosto 1971 quando Nixon andò alle televisioni di tutto il mondo per annunciare la fine della convertibilità del dollaro in oro stabilita a Bretton Woods nel 1944. Il Tesoro americano si era indebitato oltremisura con la guerra in Vietnam e assieme alla Federal Reserve non vedeva soluzione migliore che spalmarne il costo a livello planetario. Tecnicamente il dollaro fu lasciato fluttuare nel mercato dei cambi, ma il messaggio politico a chi deteneva dollari fu: voi tenetevi i vostri pezzi di carta, io mi tengo il mio oro.

La decisione americana, del tutto unilaterale e non a caso annunciata nel cuore delle vacanze estive, sollevò le ovvie preoccupazioni degli Istituti bancari centrali e in Europa fece capire che il mercato comune nato con i Trattati di Roma del 1957 non poteva dipendere dalla politica di un altro Paese e tanto meno dalle guerre in cui questo si avventurava per proprie scelte nazionali. Il piano del lussemburghese Werner, che aveva abbozzato le prime ipotesi di moneta unica, fu tirato fuori dal cassetto e nel 1972 fu creato il “serpente monetario “ per circoscrivere le oscillazioni delle monete nazionali, anche se con modesti risultati. Nel 1979 l’idea fu ripresa e divenne operativo il Sistema monetario europeo (Sme) focalizzato sui rapporti di cambio rispetto ad una moneta virtuale (Ecu).

L’euro fu poi al centro delle trattative per l’unificazione della Germania lanciata da Kohl alla fine del novembre 1989, poche settimane dopo la caduta del muro di Berlino. La sua proposta trovò l’appoggio della Signora Tatcher interessata a creare un contrappeso alle ambizioni francesi nel Continente e per il resto sollevò molto scetticismo sintetizzabile nella celebre battuta di Andreotti, che dichiarò di amare la Germania a tal punto da volerne due. La trattativa si disincagliò, quando Mitterand mise sul piatto l’accorpamento alla Germania federale delle sue province orientali in cambio della rinuncia al marco. Raggiunto il compromesso, i passi successivi furono fatti rapidamente. L’accordo per la riunificazione fu firmato nell’estate 1990, la nuova Germania fu accolta nel consorzio europeo il successivo 3 ottobre, nel febbraio 1992 fu firmato il Trattato di Maastricht e la nuova moneta entrò in circolazione il 1° gennaio 2002, sostituendo 11 monete nazionali.

Quando nel settembre 2008 scoppiò la crisi finanziaria americana, l’euro aveva attorno a sé 15 Paesi con 300 milioni di abitanti e si dimostrò abbastanza forte da reggerne l’urto. Fallirono le banche del Regno Unito, che si vide costretto a stampare sterline per salvarle, ma non fallirono quelle dell’eurozona. Gli Istituti tedeschi che nello stesso periodo ebbero bisogno dell’aiuto statale, caddero in difficoltà non a causa dell’euro ma di scelte gestionali azzardate che li avevano portati ad accumulare una formidabile quantità di crediti ad alto rischio, in particolare nei confronti della Grecia.

Nonostante in 15 anni di vita non abbia mai sofferto di una crisi in senso tecnico, l’euro è finito ai margini della discussione politica. Nelle trattative di più alto livello gli è riservato il posto del convitato di pietra ed in quella relativa alla Brexit ha addirittura rischiato di finire in una oscura area di cogestione, quando Cameron per rimanere nell’Unione aveva chiesto di poter interferire sulle scelte della moneta unica pur mantenendo la sua sterlina. Soprattutto ha perso la sua originaria caratura di strumento di solidarietà, dopo che nel 2015 Schauble ha proposto di estromettere la Grecia dall’eurozona e recentemente la Signora Merkel da buona allieva ha addirittura per un momento ipotizzato di disarticolarla, per distinguere tra Paesi virtuosi e Paesi indebitati.

Gli attacchi più ingenerosi contro la moneta unica sono stati scatenati proprio da chi più se ne stava avvantaggiando. In Italia molti hanno dimenticato che è stata la nostra ancora di salvezza a partire dalle crisi Cirio e Parmalat scoppiate all’indomani della sua introduzione, con una dimensione finanziaria pari a quella di una legge di stabilità dello Stato. Avessimo avuto ancora la lira, saremmo stati investiti dalla speculazione internazionale e la nostra Banca centrale avrebbe dovuto difenderla sul mercato dei cambi, dissipando le sue riserve. Molti altri non tengono conto che con l’adesione all’euro l’Italia ha potuto alleggerire il costo del suo gigantesco debito e ha accumulato nel quindicennio un tesoretto di alcune centinaia di miliardi, anche se è divenuto invisibile nell’espansione della spesa pubblica. Vantaggi ne hanno tratto anche le giovani generazioni, che per comprarsi la casa hanno pagato interessi inferiori a quelli dei loro genitori. Sono tutti benefici resi possibili dall’abbassamento dell’inflazione e dall’integrazione economica, che molti italiani stentano a riconoscere o addirittura negano quando si fanno prendere dalla nostalgia per il passato e dal mito della sovranità nazionale.

L’euro deve oggi subire l’avversione dei sentimenti populisti e nazionalisti e ha sempre meno amici. Per trovarne, deve cercarli lontano tra i Paesi emergenti, che si sono dotati di un proprio Fondo di sviluppo indipendente dal Fmi e dalle potenze occidentali. In attesa di poter avere anche una propria moneta, guardano intanto con simpatia alla nostra che è arrivata a coprire il 20% degli scambi internazionali, intaccando l’egemonia del dollaro. La Cina ne diffida dopo aver  accumulato nei confronti de Tesoro Usa un credito colossale prossimo ai 1.300 miliardi e ha da tempo avviato una campagna acquisti di imprese finanziarie, industriali, commerciali, sportive nei Paesi dell’eurozona. Il Giappone la segue con un monte crediti di poco inferiore e non nasconde le proprie preoccupazioni per la politica isolazionista del nuovo inquilino della Casa Bianca, che se terrà fede al motto elettorale “America first” potrebbe replicare in altre forme lo scherzo di Nixon di mezzo secolo fa.

L’euro è stato a lungo trascurato dai parenti di primo grado e costretto a vivere in solitudine nella fortezza di Francoforte. Ma ha trovato il sostegno di altre famiglie in territori lontani, interessate a vederlo crescere e consolidarsi nel mondo degli scambi commerciali e finanziari. E’ grazie a queste, se è ancora in vita e può sperare che la classe  dirigente europea si risvegli dal suo torpore e valorizzi finalmente le sue grandi potenzialità.