Fin dalla mattina di domenica le immagini e i video che giungono dalla Catalogna rievocano scene antiche, che riportano alla mente la guerra civile che divise la Spagna nel 1936. La polizia che scende nelle strade ed entra nei seggi per sgomberarli, i manifestanti che cercano di opporsi e di restare in fila per esprimere il loro voto e i politici che si gridano al telefono da Madrid a Barcellona: questa è la situazione che arriviamo a conoscere dalla televisione nazionale.

Uno scenario non incoraggiante, in cui gli scontri tra coloro che vogliono recarsi alle urne e guardia civil sono ormai scontati e diffusi per tutta la regione: un esempio, quanto mai emblematico, è il trattore che i catalani hanno posizionato all’entrata di un seggio per impedire alla polizia di entrare e portare via le schede con i voti espressi dalla popolazione.

La situazione si è fatta subito tesa: il bilancio dei feriti riportato dal governo catalano in seguito agli scontri è di più di ottocento persone, alcuni dei quali hanno avuto bisogno di cure mediche, e il Ministero dell’interno spagnolo a metà pomeriggio del primo di ottobre ha comunicato che tre individui, tra cui uno minorenne, erano stati arrestati per disobbedienza a pubblico ufficiale e per aver aggredito dei membri della polizia. L’affluenza alle urne -si ricordi che i seggi aperti in Catalogna erano più di duemila- ha sfiorato il 50%, ma è sicuramente fondamentale sottolineare come la maggior parte della popolazione che non si è recata a votare avrebbe espresso un parere contrario alla questione dell’indipendenza: essi, forse più degli stessi indipendentisti, si sono sentiti messi da parte, inascoltati, e per questo non hanno partecipato alla consultazione.

Le urne sono rimaste aperte, almeno quelle i cui lavori non sono rimasti bloccati dalla polizia, fino alle ore 20 e molti di coloro che si sono recati a votare sono rimasti vicino ai seggi elettorali per assicurarsi che le schede non fossero requisite dalla guardia civil: questi avevano paura, infatti, di perdere i voti da loro espressi e così hanno improvvisato dei salotti nelle strade, con tanto di sedie e bevande per accompagnare l’attesa. “Vogliamo pace e tranquillità, e poterci esprimere liberamente”, hanno detto in molti, con voce ferma e grande determinazione, il simbolo di una popolazione che ha scelto un mezzo pacifico per esprimersi, anche se illegale per il governo centrale.

Il risultato finale delle votazioni era quasi scontato: il 90% degli elettori si è espresso a favore dell’indipendenza, anche se più della metà dei catalani non ha contribuito a prendere questa decisione.

Tale referendum è indubbiamente uno dei più significativi e importanti dell’ultimo secolo, rivelandosi come un ulteriore banco di prova per quest’Europa, che non sappiamo se esca rafforzata o meno da queste vicende: con la Brexit da una parte e gli esiti delle elezioni francesi e tedesche dall’altra, la situazione della Catalogna diventa un altro fondamentale tassello da aggiungere a questo complesso puzzle.

Fin da subito il premier catalano ha tuonato da Barcellona “voteremo e vinceremo”, guardando con soddisfazione le file che si sono create per andare a votare, mentre da Madrid il premier Rajoy ha mostrato il pugno di ferro, suscitando, però, molte critiche, da parte non solo dei suoi connazionali ma anche degli esponenti politici di altri Paesi europei. Egli, infatti, non si è dimostrato un vero leader secondo l’opinione comune e l’immagine del governo spagnolo che esce da questo referendum è quella di un organismo sempre più debole, goffo e maldestro, che non ha saputo prevedere come si sarebbero svolte queste consultazioni, non capendo che in questa vicenda l’indipendentismo si è mescolato con il diritto a decidere e che la gente si è alzata e ha riempito gli spazi pubblici “con un’aria festaiola e anche indignata”, con un obiettivo diverso dall’indipendenza, quale la fine del governo Rajoy e delle politiche del Partito popolare.

Questa situazione è frutto di un lungo cammino: il governo centrale e la regione autonoma da anni sono in rotta di collisione, come due stelle che si avvicinano ogni giorno di più, rischiando di scontrarsi, creando una ferita profonda nel firmamento europeo.

Ora bisogna solo capire quale sia il peso politico degli indipendentisti: essi si sono espressi secondo Madrid con un voto che si qualifica come illegale e senza valore, ma, visto l’esito della consultazione, si dovrebbe creare un’Assemblea costituente per la Catalogna, dando vita a due possibili scenari, che vedono da una parte la proclamazione dell’indipendenza della regione e dall’altra la violazione della Costituzione spagnola fatta valere dal Governo per togliere valore al referendum catalano. Questa seconda ipotesi di certo ricalca la situazione che si era già verificata nel 2014, anno in cui si tenne il primo referendum per l’indipendenza, poi giudicato illegittimo da una sentenza del Tribunal Constitucional.

Perché, però, siamo giunti fino a questo punto?

La risposta è oltremodo complessa, ma sicuramente in primo piano vediamo ragioni economiche: la Catalogna da sola rappresenta la metà circa del PIL spagnolo, pari al PIL del Portogallo, e anche dopo la crisi del 2008 essa ha continuato ad essere la principale meta turistica di tutta la Spagna, con la città di Barcellona come la più visitata di tutto il Paese, e sede di molte multinazionali e di imprese aperte all’export. “Vogliamo gestire da soli la ricchezza che produciamo”, dicono in molti intervistati appena usciti dai seggi, sottolineando così le motivazioni che hanno spinto la regione a chiedere non solo l’autonomia, che è già garantita nella Costituzione spagnola, ma una vera e propria indipendenza dalla Spagna.

Quello che in molti hanno notato, però, è stata l’assenza di un grande attore sul piano internazionale: l’Unione europea. Essa, infatti, non ha reagito: è rimasta in silenzio ad osservare, preferendo non intromettersi in tali questioni e non sprecando nemmeno una parola sul referendum pochi giorni fa a Tallinn. L’UE ha, dunque, lasciato che la storia facesse il suo corso. Solo il giorno dopo la consultazione la Commissione europea si è espressa: essa ha condannato le violenze sui manifestanti e ha preso al contempo le parti del governo centrale, invocando al di sopra di ogni cosa il dialogo. Il governo catalano ha, infatti, richiesto l’instaurazione di una commissione che valuti le violenze perpetrate dalla polizia e che si attui una mediazione a livello internazionale per facilitare i rapporti con Madrid.

Bisogna, inoltre, ricordare che nel caso di secessione la Catalogna non farà nemmeno più parte dell’Unione europea e sarà, dunque, chiamata a rinegoziare la sua posizione all’interno dell’ambito comunitario.

Per questo la situazione non va sottovalutata: non sono, infatti, diminuiti gli scontri tra le due fazioni che si sono affrontate in Catalogna, dove gli indipendentisti fanno anche appello al principio di autodeterminazione dei popoli, fondando le proprie pretese da un punto di vista ideologico su differenze culturali e linguistiche che li oppongono ai “veri” spagnoli. Questo dato è significativo perché chi, invece, è contrario alla secessione catalana sostiene questa posizione facendo leva sulla volontà di evitare divisioni e contrasti come nel periodo della guerra civile del secolo scorso. Da ricordare che persino il mondo del calcio non è rimasto indifferente a questa problematica: nella giornata di domenica dovevano incontrarsi sul campo la squadra di Barcellona e di Las Palmas e mentre la prima si rifiutava di giocare, la seconda ha chiesto di portare una piccola bandiera spagnola sulla manica della maglia, in segno di sfida nei confronti dei catalani.

Queste tensioni non fanno che aumentare e oramai il futuro della Catalogna è incerto, segnato però da questa svolta epocale, da queste immagini che ci hanno accompagnati nella giornata di domenica, che ci faranno sempre ricordare come il destino di tutti gli uomini sia sempre legato alle scelte che essi stessi pongono in essere.

Che implicazioni potrebbe avere, dunque, questo risultato per l’Unione europea?

Potrebbe diventare un ulteriore fattore di disgregazione in un contesto di insicurezza e indecisione, in cui bisognerebbe far forza sui punti di coesione e non sulle differenze e i particolarismi.

Come per la Brexit e per le elezioni in Francia e Germania, dobbiamo rammentare che sta al popolo decidere che strada percorrere e che è il popolo europeo l’artefice dell’Unione stessa.