Le campane francesi suonano a morto per la politica tradizionale. Dalla caduta del Muro ad oggi, la vecchia separazione tra destra e sinistra sfuma e collassa nella sua nuova inconsistenza e chi cerca di mascherarne la caduta è destinato all’oblio. Fillon e Hamon, più il secondo che il primo, hanno fallito e, scandali giudiziari e precedenti disastrose legislature a parte, rappresentano la fine di una dicotomia che, come la intendiamo noi, reggeva dalla nascita del socialismo come movimento politico. Il suo crollo è dato innanzitutto dalla trasformazione dei partiti di sinistra, che nel giro di pochi anni sono traslati verso il centro dell’asse politico, rendendosi indistinguibili sotto molti aspetti dai vecchi partiti cattolici e popolari (in alcuni casi, come in Italia, con fusioni parziali). La distinzione diventa quindi solo una formalità. A farne le spese è l’elettorato, specie operaio e contadino, che si sente sottorappresentato e considera la classe politica distante e protettrice solo degli interessi delle élite. Da questa situazione ne traggono vantaggio quelle personalità che rompono con il sistema tradizionale. Come i due vincitori del primo turno in Francia hanno chiaramente mostrato, ormai la partita è tra chi lo fa in modo pessimista, accusando l’establishment di ogni male e cercando nell’identità nazionale e culturale la risposta ai problemi sociali cronici e persistenti (Le Pen), e chi invece lo fa in maniera ottimista, puntando sulla fiducia nei mezzi delle istituzioni, sul rinnovamento genuino della classe politica e su una retorica del fare (Macron). Da una parte sovranismo, protezionismo, nazionalismo, dall’altra europeismo, liberismo, globalismo. Vi è quindi una transizione verso una rappresentanza non più basata sulle classi sociale, ma a seconda del sentimento di appartenenza ad un mondo sempre più interconnesso e “vicino”. Lo scontro non è più tra capitalisti e proletari, ma tra sovranisti e globalisti. Questa epica battaglia che si vivrà nelle prossime due settimane in Francia (ma sono anni ormai che nel mondo occidentale infuria la guerra da queste due visioni opposte del mondo) è fondamentale per il prosieguo di istituzioni positive come l’Unione Europea. Ha però un difetto enorme: sposta il conflitto lontano dai problemi reali dei cittadini. Il punto infatti non è salvare a qualsiasi costo la Comunità Europea, ma riuscire ad adattarla rapidamente al mondo che dal 2001 si è trasformato drasticamente. Essa infatti è il frutto di un’epoca in cui la sua territorialità e le sue competenze erano notevolmente ridotte rispetto alle attuali e non ha saputo, nel corso dei decenni, modificare le proprie istituzioni ed il proprio processo decisionale al passo con le sue funzioni. L’UE è una Ferrari con un motore di una Fiat Panda. Macron si è già speso a parole in questo senso, ma nell’epoca dei populismi e delle promesse elettorali infrante, il rischio è che, come è capitato al nostrano Renzi, le affermazioni per un’Europa più unita finiscano al vento. Questo però, non farebbe altro che alimentare l’altra faccia del nuovo andamento post-ideologico: il lepenismo. Ogni occasione persa è infatti benzina sul fuoco del populismo, che si alimenta fin troppo facilmente dei fallimenti altrui. Speriamo sia la svolta per un’Unione Europea democratica, sociale, unita. Per sconfiggere i populisti l’unica cosa che serve è agire. Agire a fatti, non solo a parole. Affinché il nuovo sia effettivamente nuovo e non il vecchio infarcito di retorica e sorrisi. Auguri a Macron per il secondo turno (meno scontato di quello che sembra purtroppo) e viva l’Europa.