I troppi problemi ai confini ed il conflitto con la Russia stanno spingendo la Turchia a cercare aiuto a Bruxelles. Come segno di apertura, è stata invitata al recente Consiglio Europeo dedicato ai migranti.

Tra i nostri vicini di casa, la Turchia è quello più difficile da capire. Alle volte ci pare un amico affidabile, altre volte un pericoloso estraneo, altre ancora un po’ l’uno e un po’ l’altro e le relazioni oscillano come il moto di un pendolo. Paese islamico a cavallo di due continenti, la Turchia ha cominciato la sua lunga marcia di avvicinamento all’occidente con le riforme di Ataturk negli anni ’30 e con l’adesione alla Nato nel ‘52. Nel ’63, si è legata all’Europa con un Trattato di associazione e poco dopo con un altro di carattere doganale. Nell’87, ha presentato formale domanda per diventare Paese membro, dando avvio alla speciale procedura per la verifica dei requisiti  di Copenaghen riguardanti fondamentalmente il rispetto dei diritti umani e delle regole della democrazia. Sono requisiti non rigidissimi, talvolta addolciti da considerazioni di carattere geo politico, come accaduto in occasione del frettoloso allargamento a favore dei Paesi dell’ex cortina di ferro nel 2004. Nel caso della Turchia sono stati tuttavia applicati rigorosamente e hanno rallentato le trattative cominciate solo nel 2005 fino a che l’opposizione di Francia, Germania e Austria le ha insabbiate, sullo sfondo di polemiche mai sopite sul genocidio armeno.

Ma le responsabilità dell’insabbiamento non sono state tutte europee. Erdogan infatti dopo qualche manifestazione di giustificata impazienza, ha visto nelle primavere arabe del 2011 l’occasione per inaugurare una autonoma politica di potenza regionale, ponendosi come punto di riferimento per tutte le popolazioni arabe affacciate sul Mediterraneo. Ha appoggiato la Fratellanza musulmana nelle elezioni seguite alle rivolte popolari e in Egitto ha conseguito un significativo successo con l’ascesa al potere di Mohamed Morsi, in coincidenza con la sostanziale assenza sulla scena della politica estera europea in quel momento affidata alla evanescente Baronessa Ashton.

Gli equilibri nell’area sono però cambiati nel giro di pochi mesi. Morsi è stato deposto e incarcerato da un colpo di Stato militare e nella vicina Siria la situazione è degenerata al punto da provocare il deciso impegno della Russia a sostegno del regime alawita di Assad avversato dagli Usa. Oggi l’avanzata della coalizione russo – sciita è arrivata a recidere il corridoio che collegava la Turchia con la zona attorno ad Aleppo, indebolendo le capacità militari di Ankara e dei suoi alleati sunniti. Gli Usa pur avendo una posizione molto chiara non intendono mettere gli stivali sul terreno e stanno incoraggiando a farlo l’Arabia saudita che tuttavia esita, rendendo indecifrabile il quadro regionale. Anche se la situazione è molto fluida, Erdogan ha comunque visto compromesse le sue ambizioni di leadership ed è finito in un angolo con limitate capacità di manovra sul versante sia diplomatico che militare. Non solo ha oggi molti più nemici di quanto pensasse, ma non riesce nemmeno a mantenere il controllo del suo territorio, che continua ad essere violato da attacchi terroristici anche contro reparti armati e stazioni di polizia.

Nella ricerca di nuovi alleati, sta ora muovendo il pendolo della sua politica estera verso l’Unione e punta a riaprire le trattative di adesione. Per non esporsi troppo e non passare per un questuante, ha fatto dire le parole più chiare al suo Ministro agli affari europei Volkan Bazkir il quale ha ammesso che la Turchia ha bisogno dell’Unione ed in cambio può offrire popolazione giovane, bravi lavoratori ed un esercito efficiente. In soccorso è intervenuta la crisi dei migranti, che Erdogan sta ammassando in campi di fortuna non per spirito d’accoglienza ma per calcolo politico riservandosi di usarli come arma. Se li cacciasse da quei campi tenendo aperti i confini, 3 milioni di siriani, iracheni, afgani e altri disperati di varia provenienza prenderebbero le rotte balcaniche provocando una tragedia umanitaria senza precedenti e ulteriori divisioni fra i Paesi europei. Proprio il tema dei migranti ha guadagnato al suo Primo Ministro Ahmet Davutoglu l’invito a partecipare al Consiglio europeo di lunedì 7 marzo, che ha confermato quanto era stato prospettato in incontri bilaterali: aiuti economici, coordinamento con gli indirizzi europei e poco altro che potrà essere meglio definito nei prossimi incontri. L’invito è stato un significativo segno di apertura, ma è difficile che diventi un metodo e preluda addirittura alla ripresa delle trattative per l’adesione, anche se fossero garantite le libertà civili oggi intaccate. Per peso demografico, la Turchia avrebbe diritto ad una rappresentanza di oltre 80 parlamentari, la seconda per importanza dopo la Germania, pari al 10% dell’intero emiciclo di Strasburgo. La Signora Merkel ha sempre pensato e detto che l’Unione potrà arrivare a comprendere i Balcani, ma non attraverserà mai il Bosforo, mentre i leader più disponibili non dimostrano altrettanta decisione e si limitano a dichiarazioni di generica vicinanza.

Oltre quel limite saranno pertanto realisticamente possibili solo forme speciali di partenariato, sul tipo di quella che alla metà degli anni ‘90 è stata tentata col processo di Barcellona. Il nostro Gentiloni sta riprendendo quella impostazione per far valere una visione mediterranea del problema migratorio e ha cominciato a tessere la sua tela diplomatica in collegamento con Croazia e Grecia. In questo suo progetto non ha esitato a recarsi ad Ankara e a presentare la sua proposta ad un Paese ambiguo, che da solo difficilmente può trovare a Bruxelles l’ascolto di cui ha bisogno.