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Il blog del Movimento Federalista Europeo – sezione di Vicenza

Politica estera, Storia

L’abc dell’Europa

Il Corriere della Sera è stato spesso euroscettico. Ma nell’imminenza delle elezioni europee ha assunto apprezzabili iniziative di informazione e formazione, impegnando le sue migliori firme

I media non sono mai stati teneri con l’Europa. L’hanno spesso messa sotto accusa per le sue divisioni e per l’incapacità di misurarsi con le grandi sfide del nostro tempo. Non hanno esitato ad usare l’arma dell’ironia, quando hanno visto le sue più alte istituzioni, Parlamento compreso, impegnate a definire questioni di livello regolamentare come le caratteristiche organolettiche dei prodotti alimentari, o le misure delle reti da pesca. Nel settore della carta stampata, il Corriere della Sera si è associato ai quotidiani più euroscettici e ha sostenuto per un periodo non breve che il progetto d’integrazione era finito fuori della storia, arrivando a dipingere il nostro Movimento come una confraternita di isolati sognatori. Non è stato facile per la nostra direzione nazionale reagire con note non sempre pubblicate, che hanno lasciato una scia polemica con alcuni suoi giornalisti e commentatori.

Molti di noi sono stati pertanto piacevolmente sorpresi nel vedere che, nell’imminenza delle elezioni, la corazzata di via Solferino aveva assunto un paio di iniziative meritorie e rispondenti a ciò che ci siamo sempre aspettati dai grandi mezzi di comunicazione. Ha infatti allegato al numero di martedì 7 maggio “L’Europa in 80 domande”, un manualetto di sapere minimo realizzato in collaborazione con il nostro Istituto Spinelli. Inoltre dal mese di marzo ha dato spazio ad una rubrica intitolata “La parola”, sensibilizzando i lettori alla costruzione europea e all’importanza del voto che sarebbero di lì a poco andati ad esprimere.

Ha aperto questa sorta di abbecedario Paolo Mieli, già direttore e attualmente assiduo editorialista, che ha cercato di accendere un po’ di curiosità sulla stessa denominazione di Europa. Da dove viene? Europa era una principessa, figlia di Agenore re di Tiro, notata per la sua bellezza da Zeus che se ne invaghì. Per ostentare la propria virilità, si trasformò in un toro e la fece salire sul dorso, portandola a Cnosso sull’isola di Creta dove avrebbe avuto da lei tre figli, tra cui Minosse. Questo il mito. Ma in che modo Europa è arrivata ad assumere un significato geografico? Una vera spiegazione non c’è e sono fiorite solo ipotesi. Mieli si tiene saggiamente alla larga da una discussione che ha ormai perso interesse e ricorda solo che nel V secolo Erodoto ha cominciato a distinguere tra mondo asiatico ed “Europa e mondo greco”. Lo spostamento territoriale verso nord ovest trova qualche appiglio nel mito, che prosegue con la ricerca della sorella da parte di Cadmo, che si spinge fino a Tebe fondando la città. Sul piano storico, il processo inizia con l’antica Roma e si consolida con l’impero di Carlo Magno, che unifica sul piano militare e amministrativo gran parte del nostro continente, pur non avvertendo alcun trasporto ideale. Questo emerge per la prima volta nel XV secolo, quando Enea Silvio Piccolomini poco prima di diventare Papa Pio II scrive un trattato vedendo nell’Europa “un’idea presente ed un avvenire auspicabile”, anche come baluardo – potremmo aggiungere – della cristianità contro l’avanzata turca.

La volta successiva, la rubrica si è soffermata su una distinzione cui teniamo molto: quella tra confederazione e federazione. La prima è sempre esistita. E’ nella sostanza un accordo tra entità autonome ed ha numerosi esempi nella civiltà greco – romana, sotto la pressione di pericoli esterni o convenienze di altro tipo. La federazione è invece caratterizzata da una condivisione di sovranità ed è una formula nata con gli Usa a fine ‘700. In questo caso, ciascun contraente rinuncia a parte dei propri poteri per gestirli in forma associata con altri disponibili ad un accordo duraturo, da cui non si può uscire. In questo modo nasce una stabile istituzione di più alto livello, che può avere alcuni caratteri della statualità con Assemblee rappresentative, Organi esecutivi, giudiziari e di controllo. Queste le due strade che gli Stati possono alternativamente seguire, se avvertono l’opportunità di procedere verso l’integrazione politica.

La nota porta paradossalmente la firma di Angelo Panebianco, proprio l’opinionista per il quale gli Stati europei possono prendere solo la strada della confederazione. In numerosi editoriali, l’illustre professore di scienza politica ha riconosciuto che in un mondo di colossi, gli Stati europei non possono mantenere le loro piccole taglie demografiche, economiche e politiche e che nella competizione del mondo moderno sfigurerebbero come piccole tribù armate di archi e frecce. Ha poi ripetutamente denunciato che non ha senso rivendicare il ritorno a mitiche sovranità nazionali, come stanno facendo i movimenti antieuropeisti serpeggianti un po’ ovunque ed anche da noi. Ha anche riconosciuto che l’integrazione economica ha fatto la sua parte, ma non può trascinare quella politica. Bisogna quindi fare dell’altro e cioè un accordo su poche fondamentali materie (le solite: difesa, sicurezza, politica estera), che consolidi la base associativa dell’Unione. Fin qui, Panebianco è in linea col nostro pensiero. Se ne discosta tuttavia, quando sostiene che quest’accordo deve essere stipulato fra Stati sovrani ed avere quindi carattere confederale per una ragione di tutto rispetto: la culla della democrazia è lo Stato – Nazione, mentre niente fa pensare che possa formarsi un grande spazio di democrazia continentale.

Dobbiamo dargli ragione, finchè mancheranno partiti europei ed il Parlamento di Strasburgo continuerà ad essere un’assemblea di rappresentanti nazionali, in assenza di una legge elettorale europea. Ma il Parlamento in origine non era nemmeno elettivo e lo è diventato solo nel ’79, segnando una transizione che non è ancora arrivata a compimento. Insieme alla Commissione e al Consiglio disegna un modello ibrido, a metà strada tra confederazione e federazione, che è fonte di molti malintesi e lascia parecchio spazio a chi vuol remare contro. Ma i modelli non sono poi così decisivi ed hanno del resto infinite varianti. Più che a questi, dobbiamo guardare ai processi politici che si stanno svolgendo in questo momento critico per tutte le democrazie, non solo per l’Unione. I nostri antichi Stati, le nostre società, il nostro stesso modo di vivere sono sotto l’attacco di nuove potenze emergenti, tutte in vario modo illiberali ed autocratiche, per non parlare del terrorismo. Per difenderci ed avere un ruolo nelle trasformazioni che verranno, dovremo reagire e mettere nel conto che non sarà facile. Diventeremo ciò che saremo stati capaci di fare, secondo la profezia lasciataci nelle sue Mémoires da Jean Monnet, il grande tessitore del progetto europeo: L’Europa sarà forgiata dalle sue crisi e sarà la somma delle soluzioni trovate per risolvere tali crisi.

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