La sua elezione alla presidenza della Camera è stata accolta con sufficienza da larga parte della classe politica. Ma di fronte ai grandi temi del nostro tempo sta dimostrando di avere una visione molto più chiara di tanti navigati esponenti di partito

Nella cupa atmosfera che avvolge il futuro dell’Unione, non mancano le schiarite e le buone notizie. Tra le più gradite, dobbiamo registrare l’inatteso protagonismo di Laura Boldrini, che ricordiamo accolta con sufficienza da gran parte del sistema politico al momento della sua elezione alla presidenza della Camera nel marzo 2013. Molti l’hanno allora considerata una parvenu non all’altezza del compito, formata unicamente dall’esperienza dei migranti e sovraesposta dalle frequenti apparizioni televisive a Lampedusa, dove aveva avuto modo di lanciare ripetuti appelli a difesa dei diritti fondamentali come portavoce Onu per i rifugiati.

Se quella poteva essere l’impressione destata dal suo ruolo in quel momento, la persona si sarebbe presto rivelata di tutt’altra pasta. Proprio la sua confidenza col tema delle migrazioni, l’ha portata al cuore di una delle maggiori questioni politiche del nostro tempo e cioè la insufficienza della dimensione nazionale in tempi di globalizzazione. Già nel discorso di insediamento a Montecitorio si era rivolta a tutte le forze politiche, invitandole a concorrere a progetto europeo e a sensibilizzare i cittadini alla felice intuizione di Altiero Spinelli. Ha poi ripreso l’argomento con una serie di corposi articoli apparsi sui maggiori quotidiani e all’inizio di febbraio ha rilasciato una lunga intervista a Eugenio Scalfari, dimostrando nelle risposte di aver maturato una visione politica molto più consapevole di tanti navigati esponenti di partito. Per fare un esempio, ha insistito sulla necessità di creare la figura del Ministro del Tesoro europeo e di emettere bond a sostegno di programmi di sviluppo sovranazionali, con una dichiarazione parallela a quella che qualche giorno dopo avrebbe diramato Mario Draghi, ribadendo una posizione assunta da tempo e coincidente con nostre storiche proposte. Con la collaborazione del nostro Movimento ha inoltre organizzato il Convegno “Come rilanciare il progetto politico europeo” che si terrà presso la Camera dei Deputati il prossimo 2 marzo con l’intervento, tra gli altri, di membri del Gruppo Spinelli (programma del convegno)

Ma la Presidente della Camera non si è limitata ad esternazioni di pensiero. Lo scorso settembre ha infatti sottoscritto con i Presidenti delle Assemblee legislative di Germania, Francia, Lussemburgo un documento d’intesa nel quale l’integrazione politica viene indicata come unica strada possibile per non perdere i grandi benefici fin qui ottenuti dalle popolazioni europee in termini di libertà, benessere, pace. Il documento ha ottenuto l’adesione in successione di altri sette Presidenti di Assemblee legislative e si sta caratterizzando come un manifesto dei Parlamenti nazionali nella veste di interlocutori primari delle istituzioni di Bruxelles.

E’ un orientamento specularmente opposto a quello sostenuto da David Cameron nella lettera del 10 novembre scorso a Donald Tusk a proposito della Brexit, ma la materia è la stessa. Il premier inglese ha chiesto infatti (e ottenuto al recente Consiglio europeo) che sia riconosciuta ad un certo numero di Parlamenti la possibilità di mettersi di traverso alle procedure comunitarie a difesa degli interessi nazionali e in questo modo è andato oltre le sue intenzioni, aprendo una discussione su un tema ingiustamente dimenticato. In origine il Parlamento europeo era costituito da delegati dei singoli Parlamenti e, anche se aveva compiti meramente consultivi e si riuniva di rado, aveva un suo collegamento organico con le  rappresentanze nazionali. A partire dal ‘79, da quando cioè i suoi componenti sono eletti direttamente, quel legame si è perso ed è stato solo in parte recuperato con i Trattati di Amsterdam e di Lisbona, che hanno riconosciuto ai Parlamenti poteri consultivi e di ricorso giurisdizionale. Sono probabilmente riconoscimenti più formali che sostanziali, ma hanno il pregio di riportarci alla grande questione della partecipazione dei cittadini europei ai processi decisionali che li riguardano. Sappiamo che per risolverla alla radice sarebbe necessario riformare la legge elettorale e prima ancora costruire partiti autenticamente sovranazionali. Non essendo queste tematiche nemmeno all’ordine del giorno, l’iniziativa di Laura Boldrini rompe il silenzio che le circonda e nell’immediato cerca di sfruttare gli spazi normativi esistenti, proponendo una via interlegislativa a fianco di quella intergovernativa.

Non è una formula come un’altra, destinata a rendere ancora più barocca l’architettura istituzionale europea. E’ un metodo di lavoro politico per ricostruire l’Unione dal basso e fa il paio con la consultazione popolare lanciata dal sito della Camera con un questionario accessibile on line fino al prossimo mese di maggio, quando in Lussemburgo si riuniranno tutti i Parlamenti che avranno sottoscritto il documento. Non proprio un caso.