L’Europa somiglia sempre di più all’Italia del Rinascimento, che è andata incontro ad un avvilente declino a causa delle sue divisioni. Perché non segua la medesima sorte, devono essere incoraggiate le forze che ancora credono nel progetto di integrazione

Nelle nostre campagne di proselitismo per convincere distratti e increduli della necessità di costruire un’Europa federata, richiamiamo spesso le condizioni dell’Italia nella seconda metà del ’400. Ricordiamo loro che era ricca, fiorente di arti e cultura, ma anche divisa e per questo finita male. Venezia era nata come potenza marittima, ma nel tempo era arrivata a dominare una larga porzione dei territori di nord est. Ai suoi confini occidentali si scontrava col Ducato di Milano, che aveva il controllo del porto di Genova ed una forte influenza su Bologna. A Firenze si era imposta una oligarchia di banchieri, giunta al suo massimo splendore verso la fine di quel secolo. Al centro della penisola lo Stato pontificio esercitava un incontrastato potere temporale sui propri territori ed interferiva pesantemente su quelli limitrofi. A Napoli si era insediato un ramo della dinastia aragonese, attorniato da una vasta rete di feudatari vecchi e nuovi. Oltre a questi Stati regionali esistevano vari principati, ducati, marchesati, come quelli dei Savoia a nord ovest, dei Saluzzo nel Monferrato, degli Estensi a Modena, Reggio e Ferrara, dei Gonzaga a Mantova per restare al nord. Insomma l’Italia era un patchwork di Stati e Staterelli reciprocamente diffidenti e talvolta l’un contro l’altro armati, mentre nel resto d’Europa si stavano consolidando alcune grandi monarchie

La fragilità di questo assetto emerse nel 1494, quando Carlo VIII Re di Francia rivendicò il Regno di Napoli e vi si diresse attraversando l’intera penisola senza incontrare ostacoli, grazie alle alleanze con Milano e Firenze, che vedevano nelle ambizioni francesi  un’occasione da non perdere. La Spagna non stette a guardare. Pur militarmente inferiore, dichiarò guerra alla Francia e riuscì a prevalere instaurando nel meridione un dominio che sarebbe durato tre secoli. Non fu da meno Massimiliano d’Asburgo Imperatore del Sacro Romano Impero, che dopo un lavoro diplomatico formalizzato nella Lega di Cambrai attaccò militarmente Venezia devastando l’intero quadrante settentrionale (e depredando l’inerme altopiano di Asiago). Alla metà del ‘500, la Spagna regolò i suoi conti con la Francia ed estese il suo dominio fino al Ducato di Milano, restandone fuori solo lo Stato Pontificio e la Serenissima. In appena 50 anni si era dissolta l’indipendenza italiana e con essa erano state perse le libertà, che avevano caratterizzato il lungo periodo comunale.

A questo quadro tutto intraeuropeo, gli storici dell’economia aggiungono le conseguenze delle scoperte geografiche. Quella dell’America ha aperto la strada a traffici commerciali impensabili, con l’immissione di formidabili quantità di nuovi prodotti e soprattutto di metalli preziosi trasformabili in moneta comunemente accettata. Ne hanno approfittato non solo i mercanti, ma anche gli Stati che quell’impresa avevano sostenuto accanto a quelli che hanno saputo adeguare le proprie marinerie, Spagna e Portogallo all’inizio ed in seguito Francia, Inghilterra, Olanda. Se consideriamo che pochi anni dopo  Vasco de Gama doppiando il capo di Buona Speranza aveva aperto altre rotte verso l’Asia, abbiamo un’idea della intensità delle trasformazioni economiche avvenute in quel periodo, che nel loro insieme sono considerate una delle più forti accelerazioni della globalizzazione mai avvenute nella storia.

L’Italia ne fu esclusa. Venezia era in posizione troppo defilata per le nuove rotte e, pur avendo nell’Arsenale il più grande cantiere d’Europa, non provò nemmeno a progettare navi in grado di tenere gli oceani. Non ne fu capace Genova, che pure era in posizione migliore e aveva dato i natali a Colombo. L’intera penisola conobbe un avvilente declino per l’impoverimento delle attività economiche e la pressione fiscale delle potenze occupanti.

Il nostro Movimento denuncia da tempo il rischio che l’Europa precipiti in una condizione  simile a quella dell’Italia rinascimentale, con tutte le inevitabili conseguenze. Siamo stati finora considerati delle insopportabili Cassandre, ma adesso che le divisioni fra Stati si fanno sempre più accentuate e si vanno affermando un po’ ovunque pericolosi nazionapopulismi, qualcuno comincia a prenderci sul serio. Tra i primi a farlo è stato paradossalmente il Prof. Angelo Panebianco, politologo illustre ed euroscettico, che ci ha ripetutamente accusato di essere degli inguaribili utopisti. Ha scritto infatti più volte che gli Stati europei non potranno mai riconoscersi in una federazione, ma semmai in una confederazione arrivando al massimo a stipulare qualche Trattato in poche determinate materie, senza rinunciare alle proprie sovranità.

Deve essersi reso conto del potere distruttivo degli egoismi nazionali, se è arrivato a citare Carlo VIII e a scrivere che anche in assenza di conflitti armati, cioè nella più rosea delle ipotesi, una Europa divisa diventerebbe terreno di contesa tra grandi potenze e sarebbe smembrata per zone d’influenza tra Usa, Russia e Cina. A quel punto si riaccenderebbero rivalità interne al momento sopite o sotto controllo (come il braccio di ferro tra Italia e Francia a proposito della Libia, o degli immigrati) e le tensioni si aggraverebbero. Si è spinto perfino a lanciare un monito agli europei esposti alle sirene del nazionalpopulismo, invitandoli a “considerare quale prezzo pagheremmo tutti se quel progetto si realizzasse”. (Corriere della Sera, 23 settembre 2018)

E’ un appello che può essere facilmente ascoltato dai molti cittadini che non intendono perdere gli spazi di libertà e benessere conquistati nei 60 di storia del progetto di integrazione, lasciandosi ingannare dalle impossibili promesse di troppi arruffapopoli. Sono gli stessi che hanno fatto argine e impedito che i partiti nazionalpopulisti si affermassero in Francia, Olanda, Svezia, contro le previsioni di molti opinionisti in cerca di scenari ad effetto. Nonostante malcontenti diffusi e comuni del resto a tutte le democrazie occidentali, esistono larghe fasce di popolazioni affini per storia, cultura, aspettative, o comunque rispettose dei medesimi valori fondamentali, che possono realizzare in Europa un federalismo originale e avanzato. Recenti sondaggi hanno rilevato sfiducia nella conduzione politica delle autorità di Bruxelles, non nel progetto di integrazione in quanto tale. Si tratta di cambiare la prima.