25 ottobre 2015, Varsavia. Il Pis (Prawo i sprawiedliwosc, Diritto e Giustizia) conquista, vittoriosamente, il 39,1 per cento dei voti. Il PO (Platforma Obywatelstwa) si fa da parte con appena il 23,4 per cento. Terzo partito è quello guidato dal tradizionalista Kukiz con il 9 per cento, seguito dal nuovo partito liberal dei Nowoczesna col 7,1 e dai contadini col 5,2 per cento. Restano fuori dal nuovo parlamento la Sld, Razem e l’estrema destra di Janusz Korwin – Mikke.

Dobbiamo quindi salutare per sempre la Polonia europeista liberale, in cui il governo ottennale di Platforma ha favorito uno sviluppo economico del 50 per cento e oltre, ha riformato e modernizzato la Polonia con una crescita del PIL quasi doppia di quella tedesca e ha fornito alla nazione un ceto medio solido con aziende che investono anche in Italia?

Le sentenze del Pis confermano le preoccupazioni degli europeisti, tanto che ora perfino la Bce teme l’espansione a macchia d’olio dell’euroscetticismo. Molti altri esprimono la paura di scelte autoritarie: certo, la premier designata Beata Szydlo e il presidente Andrej Duda si mostrano di carattere moderato, ma con molta probabilità la vittoria del partito è in gran parte dovuta alle decisioni dello storico leader Jaroslaw Kazcynski, tutt’altro che democratico e famoso per aver paventato il “rischio epidemie” rispetto al tema migranti.

Nella consueta guerra elettorale il PO non saputo nascondere alcune importanti lacune: la mancanza di leader carismatici, la campagna elettorale insipida e, soprattutto, il non aver ascoltato il malcontento generale per le disuguaglianze sociali, la disoccupazione e l’emigrazione. Tutto ciò ha offerto un terreno fertile per il Pis, che si è affrettato a seminare promesse economicamente barcollanti e sentenze populiste. Il bonus di 500 zloty al mese (125 euro) per ogni secondo bambino fino ai 18 anni, il ritiro della riforma delle pensioni introdotta dai centristi e le medicine gratuite per i pensionati sono tra le spese che il partito promette ai cittadini, spese che verranno coperte con nuove tasse sulle banche e sulle grosse società che operano in Polonia, ricordandoci il savoir faire già presente nell’Ungheria dello xenofobo Viktor Orbàn.

Insomma, le elezioni polacche hanno inflitto un duro colpo a coloro che difendevano l’idea di un’Europa unita ed esprimono la vittoria di un atteggiamento culturale e politico che ben può spaventare chi, giustamente, segue la democrazia: il populismo.

Principalmente il populismo odierno integra il classico “fault game” con promesse che favoriscono i cittadini immediatamente, senza quindi mostrare sviluppi più razionali volti ai vantaggi a lungo termine. La prassi politica dunque è rimasta invariata, ma si è piuttosto “raffinata”: se prima i bersagli del fault game erano principalmente le minoranze sociali, lo straniero in genere oppure una parte meno sviluppata della nazione, ora i mirini puntano più in alto, colpendo le classi della governance, gli europeisti ed in primis l’Unione Europea, considerata da molti (erroneamente) un sistema soggiogato alla Germania.

Non casualmente, la vittoria del Pis fa rabbrividire i partiti progressisti e fa tendere i nervi perfino a Bruxelles: uno dei temi più caldi dell’Europa riguarda la politica dei migranti e ora che la Polonia, il paese più importante per peso demografico, economico, politico, geopolitico e militare dell’est europeo, promette una svolta sulla questione immigrazione, l’UE tende le orecchie sul cambiamento.

La premier uscente, Ewa Kopacz, ammette: “Abbiamo perso, concediamo la sconfitta, consegniamo ai vincitori un paese in crescita”. Staremo a vedere.