Federico Rampini è uno degli scrittori più prolifici che conosca. Riesce a pubblicare anche due saggi all’anno, tenendo ritmi stakanovisti. Nonostante si cimenti continuamente in nuove opere, non incappa mai in banalità e i suoi libri diventano presto il punto di riferimento per chi, come me, si interessa di geopolitica ed economia. L’ultima sua fatica si chiama Le linee rosse, edito nella collana Strade blu di Mondadori. Insomma, fra linee rosse e strade blu l’obiettivo è tracciare un percorso che ci aiuti ad esplorare i nuovi confini del mondo, passando dalle mappe di Mercatore (in copertina) a Gmaps.

Il saggio, con le sue 450 pagine, affronta le problematiche mondiali e le mutevoli aree d’interesse dei principali blocchi politici. Si comincia con gli States, la potenza che ha dominato il XX secolo ma che oggi sembra dover cedere il passo alla Cina. Si segue proprio con il Dragone, spiegandone le contraddizioni interne ma anche le potenzialità di un paese da quasi 1.5 miliardi di persone dominate in maniera quasi incondizionata dal Partito Comunista. Poi tocca a noi europei; il focus è in particolare sulla Germania, che dovrebbe fare da locomotiva ma attualmente porta un eccesso di bilancia commerciale che danneggia alcuni paesi (vedasi rivendicazioni di Mr Trump), e il rapporto fra francesi e tedeschi. Rampini passa poi alla Russia di Vladimir Putin, spiegando come e perché sia sempre stato un paese arretrato culturalmente ed economicamente, se paragonato agli europei, nonostante le risorse minerarie e umane che offre il semi-continente. Nel saggio si spiega anche la crescente importanza del nuovo esercito di hacker russi, che permettono a Putin di allargare ulteriormente la linea rossa della sua sfera d’influenza. Si continua con un capitolo dedicato all’affascinante India, la più grande democrazia al mondo. Rampini ne traccia un profilo disincantato, sbattendoci in faccia la realtà di un paese nel pieno di una rivincita nazionalista dove l’induismo di Modi vuole tornare a farla da padrone indiscusso, a scapito di cristiani e musulmani. L’autore spiega anche le ragioni storiche – molto interessanti – per questo ritorno di fiamma, che si nota anche in Europa, seppur in scala ridotta. Il libro ci mostra le nuove linee rosse del Sud-Est asiatico, un’area del mondo che non è molto conosciuta al grande pubblico ma che torna alla ribalta della cronaca internazionale per episodi tragici come i massacri di Duterte e dell’ISIS nelle Filippine o per l’esodo dei rohingya, in fuga dal regime birmano. Rampini scrive che quest’area si caratterizza per un “duro benessere”: la rapida crescita economica non è accompagnata da un graduale aumento delle libertà personali; al contrario, si affermano sempre più dittatori o leader illiberali, disposti a tutto pur di garantire ordine all’interno del proprio paese. Un capitolo è anche dedicato al Vaticano, “l’ultimo soft power”. Nonostante il papa “non abbia divisioni” (militari, come scherzava Stalin), il potere della Chiesa si rivela spesso capace di influenzare i leader mondiali. Alcuni esempi possono essere le pressioni di Wojtyla in favore del sindacato Solidarnosc, durante le rivolte antisovietiche, o l’enciclica Laudato Sii di Bergoglio. Senza scomodare i papi, anche i missionari giocano un ruolo fondamentale per diffondere il messaggio evangelico e seminare il verbo, allargando ulteriormente la linea rossa del Vaticano. Gli ultimi sei capitoli, che corrispondono alla seconda metà del libro, parlano di come le migrazioni, la demografia, la politica, il populismo, la tecnologia, l’ambiente e la globalizzazione cambino la nostra società e le nostre linee rosse, determinando l’ascesa o il declino di persone o ideali e modificando perfino la morfologia del paesaggio che ci circonda.

Avrete quindi capito che è un saggio intenso e denso di contenuti. Tuttavia, non fatevi spaventare dal numero di pagine: i capitoli sono fra loro scollegati e Rampini è sempre molto esaustivo nelle spiegazioni, per cui potreste anche saltare interi capitoli, in caso l’argomento non fosse di vostro interesse o vi mancasse il tempo per leggerlo tutto.

A mio parere, però, vale la pena leggerlo tutto. Non solo è scritto in maniera accessibile a tutti, ma è un’ottima finestra sugli equilibri e le problematiche mondiali. Ciò che più mi è piaciuto sono le digressioni storiche, che permettono di comprendere appieno delle dinamiche complesse, magari di culture che noi non conosciamo.

Un ultimo appunto: Rampini, che certo non è un giornalista di destra, né è liberista, si trova spesso a dover difendere Trump dall’ipocrisia e dalla disinformazione che fanno alcuni giornalisti americani ed europei. Mentre si attacca The Donald per aver ritirato gli US dagli accordi sul clima di Parigi, ci si dimentica che le amministrazioni democratiche fanno poco o niente per limitare le emissioni negli Stati o città da loro governate. L’inquinamento è un carattere (cattivo) del popolo americano, di cui Trump è solo un’espressione. Repubblicani o democratici, nessuno rinuncia al Dodge da 5000cc.

D’altro canto, Rampini ci mette in guardia anche contro chi indica Xi Jinping come il salvatore del mondo contro i tweet di Trump. La Cina di Xi sta perdendo sempre più libertà e le diseguaglianze non accennano a diminuire; il Partito si approfitta del libero commercio globale per inondare i mercati dei suoi prodotti a basso prezzo, senza però migliorare le condizioni dei propri lavoratori – più benessere, meno libertà. È davvero il modello che vogliamo adottare?

Ci sarebbe una terza via: siamo capace, noi europei, di creare un polo forte e politicamente indipendente da USA e Cina? Oggi, con Macron in Francia e uno Schulz in forma, si parla di Stati Uniti d’Europa; ora tocca agli italiani votare. Posso dire, senza troppe remore, che il destino dell’UE (e quindi il futuro di tutti noi) è nelle nostre mani.