La Commissione spende ogni anno circa 45 miliardi di Euro, cioè il 34% della sua dotazione, per politiche di coesione. Questa voce è diventata sempre più importante con il passare del tempo, specialmente dopo gli allargamenti del 2004 e 2007/2008. A mano a mano che i paesi dell’area ex-comunista si univano al club, c’era crescente bisogno di integrarli nel modello di mercato europeo. Ma cosa sono le politiche di coesione? E perché ci dovrebbero servire? Nell’articolo risponderò a queste domande.

Innanzitutto, bisogna distinguere fra tre tipi di fondi: abbiamo il “Cohesion Fund”, il “Social Fund” ed il “Regional Development Fund”. Dei tre, quest’ultimo è quello più importante, sia in termini di denaro a disposizione che in termini di necessità. I tre fondi hanno obiettivi molto diversi: il Cohesion Fund serve a garantire maggior coesione a livello statale e solo i paesi con un PIL inferiore al 90% della media UE possono avervi accesso (cioè principalmente gli stati dell’Est europeo); il Social Fund è destinato a politiche di sviluppo sociale, come supporto per le PMI, fondi per il retraining dei nuovi disoccupati, sostegno dell’occupazione giovanile, lotta al gender gap, etc. Ogni stato ha accesso a queste risorse, in caso si presenti una delle situazioni sopra citate. Infine, il Regional Development Fund serve a combattere e diminuire il divario fra le regioni europee, inviando denaro ed altri tipi di supporto economico alle zone meno sviluppate dell’UE.

Questo punto merita qualche parola in più. È stato dimostrato empiricamente e teoricamente, con un modello chiamato “New Economic Geography” (non andrò oltre a questo, perché occorrerebbe un altro articolo solo per spiegare il modello), che l’integrazione europea porta ad una convergenza della ricchezza a livello statale ma ad una divergenza a livello regionale. Intuitivamente, i paesi con un costo del lavoro e/o del capitale più basso riceveranno un influsso di investimenti che li farà crescere, garantendo la convergenza a livello nazionale – per chi mastica un po’ di Economia, è un semplice modello di Solow. Il problema è che questo afflusso di denaro avviene spesso e volentieri in un’area concentrata, che il più delle volte è la zona della capitale. Ciò significa che tutte le altre regioni vedranno il loro tenore di vita diminuire rispetto alle aree più ricche, per cui migreranno verso la capitale, deprimendo ancora di più la loro terra d’origine. Questo circolo vizioso è valido sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli avanzati: in Italia stiamo vivendo lo stesso problema, con un esodo di massa verso Milano e la Lombardia.

Gli stati europei sono racchiusi in un range che va dal 75% al 150% del PIL della media UE, mentre le regioni mostrano delle differenze ben più forti: andiamo dal 28% della media UE di alcune regioni romene e bulgare al 343% dell’area metropolitana di Londra – e numeri simili per Parigi. Alla luce di questi dati, è evidente che serva un fondo di coesione europeo. Il rischio è quello di vedere alcune aree completamente depopolate ed altre sovrappopolate, con tutte le conseguenze che ciò comporta (rincaro della vita nelle città già ricche, specialmente per i costi dell’abitazione, scarso sfruttamento delle potenzialità economiche, concentrazione della produzione nazionale solo in alcuni settori, etc.).

Tuttavia, c’è chi dice che 45 miliardi siano un po’ troppi, considerando che corrispondono a più di un terzo del budget della Commissione. Chi argomenta questo punto sostiene che quei soldi potrebbero essere spesi in politiche di sviluppo, che attualmente corrispondono ad un misero 14% del totale. Queste politiche servono per promuovere la ricerca e sviluppo a livello europeo, per sostenere le PMI, per incoraggiare l’adozione di nuove tecnologie sia da parte delle istituzioni pubbliche che dai privati. È vero che bisognerebbe investire di più a livello europeo, ma è anche evidente che l’integrazione europea stia creando delle forti divergenze all’interno delle regioni europee. Piuttosto bisognerebbe diminuire i fondi alla politica agricola comune, che occupa la bellezza del 40% delle risorse della Commissione pur dando lavoro e producendo meno del 5% dell’economia europea. Il problema è vincere la resistenza da parte degli agricoltori.

Nonostante si spenda parecchio per la coesione sociale, i risultati faticano a vedersi. Le regioni ancora non convergono e le popolazioni migrano verso i centri più ricchi e popolosi. Ciò si è ulteriormente rafforzato con la crisi del 2008, che ha selezionato le imprese più forti e quasi ucciso le attività economiche in certe aree d’Europa. Persino gli stati membri hanno cominciato a divergere, ampliando le differenze economiche e sociali. Ciò rischia di creare tensioni fra gli stati membri – vedi il caso greco – e di vanificare le politiche monetarie della BCE a causa degli squilibri macroeconomici fra i paesi. È innegabile che queste politiche siano necessarie per creare un sentimento europeo e per avvicinare l’Europa ai cittadini. Tuttavia, gli effetti faticano a vedersi e forse dovremmo ripensare i parametri di spesa e le condizioni per ottenere i fondi. D’altro canto, dovrebbe essere scontato che le condizioni economiche prima della crisi non sono più quelle di oggi; alcuni stati hanno cambiato totalmente faccia, in positivo o in negativo.

Mi rimane comunque una domanda di fondo: perché mai dovrebbe essere l’Unione Europea ad investire nelle regioni sottosviluppate e non gli stati nazionali? Se è vero che il principio di sussidiarietà è valido, i paesi dovrebbero sapere meglio della Commissione come e in che misura allocare i fondi all’interno dei propri confini. Credo serva una riflessione più attenta su questo fondo, e questo momento di stallo – dove è palese che le risorse spese non sortiscano alcun effetto – può essere propizio in tal senso.