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Economia, Politica interna

Le riforme dimezzate: alcune priorità per il policy-making italiano

Marco Leonardi è stato consigliere economico prima del governo Renzi e poi del governo Gentiloni. Ha frequentato gli ambienti di Palazzo Chigi per quattro anni, durante i quali si sono varate riforme come il Jobs Act, il Reddito di Inclusione (REI) e i voucher. Da quest’esperienza ha tratto Le riforme dimezzate, un saggio breve ma denso di contenuti.

Il libro si struttura in quattro capitoli, uno per ognuna delle principali aree su cui ha lavorato Leonardi: il Jobs Act, la questione salariale, le pensioni e il contrasto alla povertà. L’autore non si limita certo a delinearne i tratti principali, ma ne spiega l’importanza e i motivi per cui tornare indietro è molto costoso o perlomeno deprecabile.

 Il Jobs Act è stato il primo prodotto della mente degli economisti che collaboravano con il governo Renzi, quando ancora godeva di un forte consenso popolare. Lo scopo era la riqualificazione dei lavoratori e lo spostamento fra settori produttivi, per rispondere ai cambiamenti che inevitabilmente la globalizzazione e le nuove tecnologie portano. È importante anche perché mette al centro il lavoro a tempo indeterminato con una decontribuzione triennale per le nuove assunzioni di lungo periodo e l’abolizione dell’articolo 18, che riduce i costi di licenziamento e crea quindi maggior domanda di lavoro da parte delle aziende. Peraltro il Prof. Leonardi sottolinea come i dati mostrino un calo dei licenziamenti: nonostante oggi sia più facile separarsi da un dipendente, poche aziende rinunciano agli investimenti fatti su ciascuna persona.

Un’altra caratteristica importante del Jobs Act è che porta flessibilità; il focus passa quindi dalla protezione del posto di lavoro a quella del lavoratore, eliminando la cassa integrazione e introducendo il sussidio di disoccupazione nel 2015. Si tratta di un cambiamento di paradigma – quasi culturale – e risponde nuovamente alla necessità di ricollocare i lavoratori ai settori più produttivi e che beneficiano maggiormente dalla globalizzazione, mentre la cassa integrazione li mantiene legati ad aziende decotte. Infine, il governo Renzi introduce anche le normative sullo smart working e il “Jobs Act degli autonomi”, per offrire maggiori diritti e opportunità alle partite IVA.

Il secondo capitolo tratta delle riforme che hanno impattato i salari degli italiani, che stagnano dal 1995 – assieme alla produttività del sistema Paese. I voucher sono senza dubbio il pezzo più importante del puzzle delle riforme: miravano a ridurre il lavoro nero, garantendo così assistenza sociale a chi lavorava nel sommerso. Tuttavia, si aprì presto un fronte molto critico nei sindacati e alcune forze di opposizione, per cui il governo Gentiloni abolì i voucher cartacei e li re-introdusse in formato elettronico. Ciò ha ridotto la platea che li utilizza al 3% degli 1.400.000 utenti originari, ma ha frenato il lavoro nero. I voucher elettronici andrebbero quindi potenziati e pubblicizzati meglio.

Una seconda, importante riforma in merito alla questione salariale ha toccato i premi di produttività, che sono stati detassati. Ne hanno goduto il 40% dei dipendenti nel settore privato, con €1300 all’anno ciascuno di media. Ciò significa che un lavoratore medio si è trovato una mensilità in più in busta paga. Un ulteriore beneficio è che aumenta la partecipazione dei dipendenti alle dinamiche aziendali, garantendo maggior coinvolgimento e minore esposizione al cambiamento tecnologico. La riforma ha anche introdotto i piani di azionariato diffuso, tipici del mondo anglosassone, per incentivare la partecipazione attiva dei manager alla definizione e al raggiungimento della strategia aziendale.

Nel terzo capitolo Leonardi si ferma a riflettere sulle novità che hanno introdotto in materia pensionistica. Si tratta dell’APE sociale (per chi non avesse ancora raggiunto i contributi necessari per la pensione di anzianità, seppure fosse stato espulso anticipatamente dalla propria mansione) e dell’APE volontario (per chi desiderasse uscire anticipatamente dal mondo del lavoro per ragioni personali). Questi due strumenti proteggono i lavoratori e introducono maggior flessibilità nelle scelte previdenziali, ma sembra che il governo Conte voglia tornare indietro, con quota 100 o i 41 anni di anzianità – che di fatto eliminerebbero gli APE. La spesa pensionistica porta anche riflessi rilevanti sulla distribuzione della ricchezza in Italia: i giovani, che già oggi sono più scoperti dalla previdenza sociale, sarebbero ulteriormente svantaggiati da un eventuale aumento delle coperture agli anziani.

Nel quarto capitolo l’autore ripercorre tutti gli strumenti – piuttosto variegati – che si sono usati a partire dagli anni ’90 per tentare di arginare la povertà. L’ultimo provvedimento è il REI, disegnato dal governo Renzi e varato dal governo Gentiloni nel 2017. Si tratta di un sostegno al reddito basato sul numero di componenti del nucleo familiare, più i servizi alla famiglia, volti all’attivazione sociale e lavorativa del beneficiario. Grazie a questa riforma, la Grecia rimane l’unico paese in Europa a non prevedere uno strumento di contrasto della povertà. 300.000 nuclei familiari hanno beneficiato di un’integrazione di reddito di €300, ma la platea da raggiungere sono le 1,8 milioni di famiglie in condizioni di povertà assoluta. C’è quindi da fare uno sforzo notevole per migliorare lo strumento, abbassando i requisiti minimi per beneficiarne e aumentando i fondi dedicatici. Leonardi evidenzia i limiti del reddito di cittadinanza targato M5S, che confonde strumenti assistenziali e assicurativi ed esclude i cittadini non italiani, violando i trattati dell’Unione Europea. L’autore suggerisce di estendere il REI piuttosto che avventurarsi in territori inesplorati dai principali paesi industrializzati.

Infine, nelle conclusioni, il Prof. Leonardi traccia un breve quadro dei rapporti istituzionali tra UE e Italia. C’è bisogno di maggior cooperazione economica e politica, e la Commissione non deve isolare il nostro paese e imporci un’austerity che non fa altro che frenare la crescita – il caso greco insegna. Da parte nostra, però, ci deve essere maggiore collaborazione e un convinto spirito riformista, che oggi sembra essere schiacciato dall’anima reazionaria del governo Conte.

L’autore ci lascia una testimonianza vivace e snella della sua esperienza di consigliere economico. Le riforme dimezzate delinea un paese in ripresa, seppure stentata, e ammonisce il governo giallo-verde dei rischi di cancellare gli sforzi fatti in passato – in particolare riferendosi alla riforma fiscale, che incentiva alla migrazione verso le finte partite IVA, al ritorno alle politiche passive (come la cassa integrazione) e la nazionalizzazione di Alitalia. Il nostro paese è stato segnato da quattro anni di riformismo d’avanguardia, introducendo leggi che sono state riconosciute come successi internazionali. Tornare indietro sarebbe un peccato mortale.

Perché, dunque, dovreste leggere Le riforme dimezzate? Non solo perché è scritto in un linguaggio tecnico ma accessibile a tutti e spiega per filo e per segno le manovre adottate dai governi Renzi e Gentiloni, ma perché nella tensione riformismo VS gattopardismo si gioca la partita della crescita. Le sfide per il paese sono chiare, e il governo Conte deve saper rispondere adeguatamente.

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