In età medioevale, sull’Altopiano di Asiago si è realizzata una forma di federalismo durata cinque secoli. In quella lontana esperienza sono stati coltivati valori, che mantengono una loro straordinaria attualità

Attorno all’anno mille, l’Altopiano di Asiago era selvaggio e silenzioso. Il suo territorio, delimitato ad est dalla valle del Brenta, ad ovest da quella dell’Astico e chiuso a nord da cime oltre i 2.000 metri, contava poche isolate abitazioni ed era quasi dimenticato.
All’inizio di quel millennio, è stato raggiunto da ondate migratorie di famiglie bavaresi e tirolesi, che lo hanno progressivamente popolato portandovi la propria lingua e la propria religione. Si sono così create nel tempo 6-7 piccole comunità attratte da modesti privilegi, come l’esenzione dalla tassa sul sale ed il pensionatico, lo speciale diritto di pascolo su terreni altrui durante la transumanza ed il periodo invernale. L’organizzazione sociale era incardinata nelle Vicinie – gruppi familiari contigui – collegate tra loro da rappresentanti che si riunivano periodicamente per decisioni di comune interesse, come accadeva in Cadore ed in diversi altri contesti montani. All’inizio del ‘300 questa prassi ha trovato la propria disciplina in uno Statuto e a partire dal ‘600 una sede stabile in un edificio nel centro di Asiago. Era accostata al fianco destro dell’attuale Duomo di San Matteo e vi si accedeva passando per un porticato scandito da sette arcate a simboleggiare il numero dei Comuni, che nel frattempo si erano formati.
Quelle antiche popolazioni sono arrivate ad una scelta di tipo federativo inizialmente per esigenze di mera sopravvivenza ed in seguito per la necessità di fronteggiare i pericoli che potevano venire dalla vicina pianura dopo la caduta di Ezzelino da Romano. La sua famiglia era da tempo presente sull’Altopiano a partire dai pendii sopra Campese fino a Gallio e Foza, dove aveva pascoli, fattorie, mulini e dove reclutava milizie della sua stessa origine germanica. Diversamente dai suoi antenati, Ezzelino non aveva ambizioni locali e pensava in grande. Aveva esteso le sue proprietà ad occidente fino a Roana e Rotzo e a nord fino agli alti territori di Porta Manazzo, Vezzena e Camporosà accaparrandosi pascoli, boschi e privilegi di vario genere e restando in buoni rapporti  con le popolazioni. Ma soprattutto coltivava un disegno politico di ampio respiro, contando sull’amicizia di Federico II di Svevia di cui era coetaneo e genero, per creare un nuovo Regno d’Italia sotto il suo dominio. Per questo aveva soggiogato Vicenza, Padova, Brescia e puntava su Milano con un azzardo che gli sarebbe risultato fatale nella battaglia di Cassano d’Adda nel settembre 1259. Per le ferite riportate nella sconfitta, sarebbe morto poco dopo a Soncino lasciando un enorme vuoto di potere. I suoi avversari ne avrebbero approfittato sterminando la sua famiglia e riprendendosi tutto ciò che avevano perso durante le sue campagne di conquista.
L’Altopiano subì l’inevitabile cambio di regime con la restituzione di proprietà e diritti ai precedenti titolari, ma soprattutto sentì franare la terra sotto ai piedi con la instabilità politica creatasi in pianura. Nella nuova situazione, le Vicinie dovettero compattarsi e trovare insieme un modus vivendi con le Signorie che andavano avvicendandosi a Vicenza. Presentandosi sempre unite hanno ottenuto la conferma degli storici privilegi dai Della Scala, dai Visconti e dalla stessa Serenissima. In particolare, l’atto di dedizione stipulato con quest’ultima all’inizio del ‘400 ha garantito le condizioni di stabilità e sicurezza, che sono state alla base del relativo benessere raggiunto a fine ‘700.
Nel tempo le Vicinie si sono evolute su base comunale. Ogni Comune era rappresentato nell’Assemblea federale (Riduzione, più tardi Reggenza) da due membri, ma il sistema di votazione attribuiva un peso maggiore ad Asiago, Lusiana, Enego in quanto Comuni grossi rispetto a  Gallio, Roana, Rotzo e Foza considerati piccoli. Per antica tradizione, i secondi avevano diritto ad un solo voto ciascuno, mentre i primi ne avevano due e mettendosi d’accordo potevano esercitare una netta supremazia bilanciata  dall’obbligo di sostenere la maggior parte delle spese di bilancio. Questo sistema di rappresentanza è stato fonte di frequenti litigi, ma non ha mai compromesso la gestione unitaria dei rapporti esterni come pure di quelli interni, in particolare per quanto concerne la sorveglianza di boschi e pascoli, la custodia dei passi, le misure sanitarie, la conduzione dei beni patrimoniali. La secolare solidarietà si è indebolita solo con la crescita delle organizzazioni comunali ed è stata stroncata da Napoleone, che l’ha ingabbiata nel Dipartimento del Bacchiglione, incorporandone il territorio nel Regno d’Italia. Ci hanno pensato poi i bombardamenti della prima guerra mondiale a demolire la storica sede con l’annessa biblioteca, facendo perdere l’intero patrimonio storico – amministrativo, ma non la memoria di quella straordinaria esperienza.
I sette archi del porticato si possono oggi vedere simboleggiati dalla sequenza delle altrettante vetrate delle nuova sede comunale e dagli stemmi municipali sulla sua facciata. Al centro dei giardini con la fontana delle divinità boschive, si può accedere attraverso sette vialetti. Sulla facciata della Canonica a fianco del Duomo è murata una lapide a ricordo dell’antico foedus, che ha consentito alle popolazioni dell’Altopiano di vivere lunghi secoli di pace e libertà.