Tutte le ipotesi di risanamento si sono finora ispirate ad una logica nazionale. E’ invece opportuno far ricorso anche alla rete di salvataggio europea sull’esempio della Spagna, che adesso ci precede nella graduatoria delle economie più dinamiche

 

Ancora non sappiamo come andrà a finire la crisi politica, se sia vicina alla soluzione o destinata a protrarsi ogni ragionevole limite. Sappiamo solo che dopo il mezzo passo indietro di FI, Lega e M5S sono stati costretti a mettere i piedi per terra e a confrontarsi con la triste realtà dei conti dello Stato. Per ironia della sorte, proprio le due formazioni che si sono esercitate nelle più mirabolanti e costose promesse elettorali, devono adesso misurare le parole e tener conto dell’esposizione finanziaria che è stata irresponsabilmente lasciata crescere per decenni. Siamo infatti un Paese pesantemente indebitato e circondato da vicini, che ci guardano con diffidenza e ci richiamano periodicamente al rispetto dei Trattati sull’integrazione fiscale.

Ma come siamo arrivati a questa condizione? Negli anni ’80 il debito era pari al 56% del Pil ed in linea con i parametri che sarebbero stati poco dopo fissati dal Trattato di Maastricht. Negli anni ’90 è salito al 105% e si è ulteriormente impennato nel 2008 per effetto della crisi finanziaria globale e dei salvataggi bancari. A partire da tale anno, si è verificato  infatti un grande travaso dai debiti privati a quelli pubblici per circa 2.000 miliardi di euro ed il debito complessivo dell’eurozona è salito al 94% del Pil (10 anni prima era del 27%). Negli Usa è salito  dal 55% al 100% negli stessi anni.

Ferruccio De Bortoli in alcuni recenti articoli ha osservato che in Italia siamo comunque arrivati al 131,8%, una percentuale troppo alta e pericolosa, seconda solo a quella della Grecia. Paghiamo attualmente 65 miliardi di euro l’anno di interessi passivi, una somma astronomica anche se inferiore a quella di anni addietro grazie al quantitative easing di Mario Draghi. Dato che una recessione non è da escludere e comunque cesserà a breve la politica di acquisti a tassi generosi della Bce, dobbiamo pensare a proteggerci e a ridurre questa palla al piede che rallenta la nostra economia e compromette le nostre capacità di manovra fiscale.

E’ pertanto di fondamentale importanza aumentare l’avanzo primario, cioè la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi passivi. Nel 2017 l’avanzo è sceso all’1,9% del Pil ed è opportuno farlo risalire al 4%, come si sono impegnati a fare a loro tempo i Governi Prodi e Ciampi per entrare nell’euro. Con un avanzo di questa entità, il rapporto debito/Pil scenderebbe al 90% e si libererebbero risorse per investimenti pubblici a beneficio dell’economia e dell’occupazione.

E’ anche la proposta di Carlo Cottarelli, l’economista incaricato della spending review dal Governo Letta nel 2015 ed ora in odore di incarico ministeriale. Alcuni temono adesso che sia in preparazione una manovra “lacrime e sangue” per mettere a carico delle classi popolari i fallimenti di una finanza spregiudicata e iper liberista. Altri più prosaicamente osservano che l’incremento dell’avanzo primario dall’1,9 al 4% costerebbe 35 miliardi di euro/anno, una cifra di tutto rispetto corrispondente all’entità di una intera legge finanziaria.

Fissato l’ordine di grandezza, come potrebbe generarsi il raddoppio dell’avanzo primario? Dal lato delle entrate, non possiamo aspettarci alcun risultato apprezzabile, avendo il nostro Paese raggiunto livelli record di tassazione con imposte sia dirette e che indirette. Resterebbe la lotta all’evasione fin qui rivelatasi illusoria, salvo che non si voglia procedere per sanatorie. Bisogna puntare pertanto quasi esclusivamente sulla riduzione della spesa, che supera gli 800 miliardi ed è alimentata da molte voci opinabili: agevolazioni ad imprese industriali, agricole, assicurative, sussidi a giornali ed emittenti locali, trasferimenti a Enti inutili, bonus, esenzioni e deroghe varie. Per fare qualche esempio, Francesco Giavazzi incaricato nel 2013 dal Governo Monti di una prima sommaria spending review, ha calcolato che i contributi alle imprese valgono tra i 10 e i 15 miliardi/anno, mentre un recente rapporto di Economia reale ha calcolato in 61 miliardi il peso dei contributi a fondo perduto nel solo 2016. Cottarelli da parte sua ritiene che esista un’area di agevolazioni fiscali aggredibili di 9/10 miliardi. Se fosse fatta pulizia in questi settori, non sarebbero necessari gli interventi sulla spesa sociale (340 miliardi) che molti temono, anche se andrebbe riordinata nei troppi rivoli assistenziali ed in alcuni scandalosi privilegi pensionistici.

Tuttavia il risanamento interno non è l’unica strada, che si può percorrere. L’esempio ci viene dalla Spagna, che sta correndo a ritmi molto più elevati di noi e ci ha recentemente sorpassato quanto a ricchezza individuale, secondo i calcoli del Fmi. La Spagna ha un’economia più debole della nostra, meno diversificata e sostenuta fondamentalmente da una buona rete infrastrutturale, dall’edilizia e dal turismo. Eppure ha fatto passi da gigante, con un indovinato mix di misure fiscali e finanziarie e soprattutto col sostegno europeo. Nel 2012 il Governo spagnolo ha infatti chiesto l’aiuto dell’Unione per ristrutturare e ricapitalizzare il proprio sistema bancario gravato da un “buco” di diverse decine di miliardi. Ha sottoscritto allora un Memorandum di intenti e ha fatto ricorso alle risorse del Fondo salva Stati da poco istituito, senza sottoporsi ai rigidi controlli che hanno dovuto accettare Grecia e Portogallo. Ha così potuto costituire una bad bank, cui ha trasferito crediti in sofferenza per oltre 50 miliardi di euro.

L’Italia si trova oggi in una situazione non molto diversa e dovrebbe preparare un proprio Memorandum, nonostante l’euroscetticismo dei due partiti candidati a governarci. Il salvataggio delle nostre banche  – dal Monte dei Paschi, alla Banca Etruria, fino alla Popolare di Vicenza – costa un po’ meno di quello spagnolo, ma è valutato comunque in una cifra superiore ai 30 miliardi, che sarebbe opportuno non gravasse sull’avanzo primario. Il Memorandum dovrebbe poi comprendere investimenti per lo sviluppo raccordati a programmi europei, per vivacizzare il tasso di crescita e dare spazio a nuove professioni.

Insomma ciò che ci serve è una buona combinazione di misure interne e di aiuti europei, cui l’Italia avrebbe diritto come contribuente netto dell’Unione. Diversamente dagli spagnoli, da molti anni diamo infatti a Bruxelles molto più di quello che riceviamo e la differenza dovremmo farla pesare intavolando al più presto una trattativa. Ma in queste ore convulse, la scelta europea è stata messa in discussione ed il Quirinale ha richiamato i partiti a rispettarla, per non trascinare il Paese verso l’ignoto. Lo ascolteranno?