Egregio Presidente,

Le scrivo a poche ore dalla votazione popolare che la sta portando alla presidenza degli Stati Uniti. Tra un paio di mesi, lei assumerà poteri in grado di condizionare fortemente la vita di 300 milioni di americani e di qualche miliardo di persone in altri Paesi, pur dovendo rendere conto al Congresso. Per questo ho seguito con interesse la sua campagna elettorale, dalle primarie fino agli ultimi scontri in diretta televisiva. Debbo dirle che non ho tifato per lei e che non ho condiviso la sua linea politica, nei contenuti e nei toni. Mi sono sembrate scandalose, per fare qualche esempio, le sue rudi affermazioni sui movimenti migratori, sull’idea di tirare su un muro ancor più alto ai confini col Messico, di respingere i musulmani, di isolare gli Usa dal resto del mondo, invitando i suoi concittadini a pensare ai fatti propri quasi vivessero sulla luna. Ha detto poco o niente, per contro, su temi molto sentiti come il lavoro, il sociale, le categorie deboli, la regolamentazione della finanza predatoria. Ha condotto l’intera sua campagna elettorale con argomenti di basso profilo e perfino volgari e non ha esitato a minacciare una crisi costituzionale nel caso si fosse imposta la sua avversaria. Ma tant’è, gli americani hanno scelto lei e le regole della democrazia vanno rispettate anche da chi, come il sottoscritto, la preferiva perdente.

Adesso che sta per assumere pesantissime responsabilità di governo, spero voglia abbandonare gli atteggiamenti populisti che le hanno dato tanti consensi e si appresti ad approfondire i temi che si troverà sul tavolo. Per cominciare, non trascuri di leggere il testamento politico che Barack Obama ha indirizzato al suo successore, raccomandandogli di ricordare le parole di Lincoln in difesa dei più umili. E’ comparso sui media di tutto il mondo ed è suggestivo per la tensione morale, che finora non ho visto trasparire dalle sue parole e dai suoi comportamenti

Vi si denunciano gli eccessi di una globalizzazione senza regole, che ha certo generato nuova ricchezza ma anche allargato la forbice fra ricchi e poveri negli Usa e altrove. Per esemplificare quanto è successo, riporta cifre molto eloquenti e avverte che un mondo in cui l’1% dell’umanità possiede o controlla una quantità di ricchezza pari a quella del restante 99% non potrà mai avere stabilità. Simili disparità non derivano solo da degenerazioni di un mercato  in mano ad operatori spregiudicati, ma anche da colpevoli disattenzioni della politica. Questa non  appartiene ad un mondo separato senza responsabilità, come hanno dimostrato molti economisti, premi Nobel delle Università americane e perfino consulenti della Casa Bianca. I favori della politica sono stati alla base delle fortune di interi comparti produttivi, che hanno beneficiato di incentivi, agevolazioni fiscali, riserve monopolistiche, manovre monetarie, concessioni e appalti. All’elenco si potrebbero aggiungere bombardamenti e guerre. Le perversioni della finanza sono state assecondate da Bill Clinton, che alla scadenza del suo secondo mandato presidenziale ha firmato il provvedimento di soppressione dello Steagall – Glass Act voluto da Roosevelt per arginare la crisi del ’29. Visto che otto anni di presidenza democratica non sono stati sufficienti a reintrodurre la separazione fra banche commerciali e banche speculative, lo faccia lei con un provvedimento che riqualificherebbe il profilo del partito repubblicano e suo personale.

In materia economica, Obama riafferma poi la validità del Ttip, sul quale lei ha espresso una netta contrarietà. Non solo. Si è schierato contro la globalizzazione, dando un segno molto marcato della sua politica isolazionista. A Detroit, fra i capannoni vuoti dell’industria automobilistica ha detto che gli operai hanno perso il posto di lavoro a causa della concorrenza estera, raccogliendo molti consensi. Ma a Cupertino e a Seattle le start up dell’innovazione e le multinazionali dell’informatica progettano nei loro laboratori, fabbricano le componenti in Cina, commercializzano i prodotti ovunque, maturano utili colossali e pagano le tasse chissà dove, quando le pagano. Si renda conto che la globalizzazione è un fenomeno irreversibile nella nostra epoca come lo è stata in epoche precedenti e può essere regolamentata, non contrastata. Cominci intanto dal Ttip e lo riprenda dal cestino dove l’ha gettato. Consideri che le due sponde dell’Atlantico scambiano ogni giorno due miliardi di dollari in beni e servizi, ne ripensi il testo  che ha molti oppositori in Europa ed anche in America, lo renda praticabile, aggiornando la regolamentazione di dazi, tariffe, standard produttivi.

Vorrei concludere, dandole ragione su un punto. Quando accusa noi europei di essere degli scrocconi in materia di difesa e sicurezza, dice la verità. Abbiamo rinunciato a darci un nostro autonomo sistema di difesa e manteniamo tuttora 28 piccoli, inutili eserciti. Quando abbiamo avuto problemi, abbiamo invocato l’aiuto americano, ieri in Serbia oggi in Libia. Ma non possiamo cambiare strada, se non federandoci. Qualcosa in questa direzione lo abbiamo fatto e abbiamo un Presidente, un Parlamento ed un Governo europei, ma i poteri sono ancora in mano ai singoli Stati organizzati in un anomalo Consiglio. E’ come se negli Usa in realtà comandassero 50 Governatori e lei stesse arrivando alla Casa Bianca su loro indicazione, anziché con la forza del voto popolare. Oggi siamo pericolosamente divisi un po’ su tutto, su questioni interne come pure su quelle di politica internazionale, mentre con la Brexit è cominciata la defezione degli Stati membri. Non riusciremo a riprendere il processo di integrazione se non ci sarà l’impegno americano, che dopo l’implosione dell’impero sovietico si è rivolto altrove pensando che l’area europea fosse stabilizzata. Ma da diversi anni non è più così. Le più pericolose tensioni internazionali si sono addensate ai nostri confini, nel Mediterraneo  e ad oriente. Da soli e divisi, non ce la faremo a reggerle. Ma nemmeno gli Usa. Non si lasci tentare dall’idea di abbandonare la Nato al suo destino e rifletta bene sulla opportunità di stringere un patto con Putin, ora alleato di Erdogan. E’ un azzardo degno di un giocatore di poker, non un calcolo da statista. Consideri invece che insieme siamo 800 milioni di occidentali in un mondo che va verso i 10 miliardi di persone, non tutte ragionevoli. Metta nel suo calendario una urgente visita a Bruxelles, incontri lì i nostri leader, li inviti a riprendere la strada dell’integrazione e proponga una linea di cooperazione atlantica come unica possibile alternativa al comune declino.